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Fuori dalla realtà

Matteo Garrone è (anche) un pittore. Da ragazzo è stato un tennista e da sempre – complice il padre Nico – un appassionato frequentatore di teatri. La sua filmografia rappresenta una delle più interessanti forme di scambio e reciproco arricchimento tra cinema e teatro italiano, dal primo, magnifico ruolo da protagonista offerto a Michela Cescon con “Primo amore” fino al debutto sul grande schermo di Aniello Arena in “Reality“.

Arena fa parte da anni della Compagnia della Fortezza, composta esclusivamente da detenuti e attiva dal 1988 nel carcere di Volterra sotto la guida di Armando Punzo; quest’estate l’attore ha preso parte al progetto “Mercuzio non vuole morire“, una rilettura collettiva di Romeo e Giulietta messa in scena per strada e nelle piazze in occasione del Festival VolterraTeatro.

Pur nella varietà di argomenti e generi, il cinema di Garrone ha fissato fin dagli esordi alcuni punti fermi: il lavoro unico, completo e minuzioso sulla recitazione che porta tutti, attori professionisti o bambini di pochi anni, a un livello di iper-realismo spaventoso; la messa in scena dei modi attraverso i quali i personaggi percepiscono gli ambienti (profondità di campo, messa a fuoco, sonoro e musica); l’attenzione ai luoghi come punto di partenza (e di arrivo) del racconto.

In “Reality” tutto questo converge nella storia di Luciano, pescivendolo (ma arrotonda con piccole truffe) e padre di tre figli che lascia sciaguratamente entrare nella propria testa un’idea — superare i provini del Grande Fratello per vincere, sentirsi realizzato e risolvere i propri problemi economici — e dietro a quell’idea perde la ragione e il contatto con la realtà.

OneLouder

Nelle fiabe l’eroe deve superare prove difficili prima di raggiungere l’agognato lieto fine e “Reality” fin dalla prima sequenza del matrimonio nella villa è costruito proprio come una fiaba in cui l’eroe (povero) attende la chiamata al palazzo del re.
Luciano non accetta che il lieto fine per lui non esista e allora inventa le proprie prove, sentendosi costantemente spiato e valutato, vedendo in chiunque un inviato in incognito della televisione che lo osserva per capire se lui sia davvero degno di entrare nella “Casa”.

“Reality” fa paura perché i reality show e la fama forse non ci interessano ma l’incapacità di accettare la frustrazione per un desiderio non realizzato, la vergogna di deludere chi ci sta vicino, la paura del giudizio altrui che ci fa sentire sbagliati, l’invidia provata o subita, l’ostinazione nel raccontare bugie a noi stessi sono cose che ci riguardano da vicino, tutti.

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