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Tra gotico e noir

Una dama di compagnia sposa il facoltoso vedovo Max de Winter e si trasferisce nella sua dimora, il castello di Manderlay. Qui “regna” la signora Danvers, folle governante che vive nell’adorazione per la prima moglie del padrone. Il ricordo ossessivo di Rebecca e il mistero che circonda la sua tragica morte in mare spingeranno la giovane donna sull’orlo della follia.

Primo film americano di Hitchcock e unico Oscar della sua carriera per la miglior regia, “Rebecca” fu realizzato un anno prima della nascita del noir. Tratto dal romanzo di Daphne du Maurier, il film appartiene al filone gotico del cinema anni ’40, un sottogenere che incrocia il mistery e il melodramma psicologico, ed ha per protagonista un personaggio femminile fragile e condizionabile, calato in uno scenario sinistro, molto spesso una casa o un castello misteriosi. Il filone gotico è considerato la versione al femminile del noir classico, in quanto traspone in forma narrativa e visiva le paure più profonde della psiche femminile. Nondimeno “Rebecca” anticipa sul versante stilistico ed iconografico una serie di motivi che saranno ricorrenti nel noir, e pertanto può essere considerato un noir a tutti gli effetti.

La fotografia ricorre alla tecnica fortemente espressiva del mistery lighting che diventerà tipica nel noir: nelle scene in cui Mrs Danvers circuisce la protagonista l’illuminazione low-key divide i volti in zone in ombra e zone illuminate, con un drammatico effetto di contrasto. Nella scena in cui Joan Fontaine entra nella camera di Rebecca il liner disegna il profilo della star, conferendogli una qualità tridimensionale e creando separazione tra figura e sfondo. Il risultato è un accrescimento della componente espressiva della scena e del senso di pericolo ed irrealtà incombenti.

Nel prologo la voce fuori campo della protagonista e la soggettiva che attraversa il cancello e percorre il viale fino a Manderlay introducono il tema del sogno e stabiliscono l’atmosfera onirica che pervade il film. Orfana di umile estrazione sociale in un contesto che non le appartiene, la protagonista sente tutta la sua inadeguatezza nel ruolo di moglie e teme di non reggere il confronto con la donna che l’ha preceduta. Non riesce quindi a prendere possesso della casa, terreno femminile per eccellenza, anche perché la casa è dominata da altre due donne: la mostruosa signora Danvers e il fantasma di Rebecca. Manderlay appare quindi come un luogo lugubre e segreto, definito da un’iconografia tipicamente gotica: la scalinata, l’ala misteriosa e inaccessibile, il ritratto e l’abito della defunta, la presenza minacciosa del mare, tema strettamente legato alla donna, che prima inghiotte e poi ne restituisce il corpo.

La protagonista e la signora Danvers sono due figure diametralmente contrapposte: bionda e vestita di bianco la prima, mora e con una monacale tunica nera l’altra, rappresentano due eterni archetipi femminili, la donna pura ed ingenua e la strega perversa. Tra di loro, si colloca Rebecca, protagonista assente e prima donna fatale del noir. Descritta come bellissima ed irresistibile, Rebecca si rivela una figura promiscua, ingannevole e diabolica, incarnazione assoluta del male e ricettacolo di tutte le paure dell’uomo nei confronti dell’altro sesso. Nel riferire queste paure ad una figura assente, il film sottolinea la loro natura di proiezioni maschili evidenziando le contraddizioni stesse del desiderio che le genera. Ma Rebecca è anche un melò psicologico che articola in modo insinuante temi come la sessuofobia e la fascinazione omosessuale, diffondendo la figura della Danvers di un’atmosfera morbosa difficile da dimenticare.

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