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Un po’ mamma un po’ porca

Un film caotico, narrativamente discontinuo, organizzato in episodi apparentemente a sé stanti, che trovano proprio nel caos un’ affascinante e turpe unità di fondo. Un film modernissimo, che nella sequenza del grande raccordo anulare è insuperabile: tutte quelle macchine che annaspano nel fango, con guidatori sguaiati e inferociti senza un reale motivo, luci al neon che ti aggrediscono pur di far pubblicità, vacche stramazzate a terra, un caos assordante, manifestazioni ideologiche che irrompono all’improvviso…Una sequenza girata come si potrebbe girare oggi, e il fatto che sia accaduto più di trent’anni fa ci dimostra che il talento di Fellini non è solo visionario, è profetico! Tutto è lecito nella giungla contemporanea, frutto di un’indifferenza che anestetizza, e rende aggressivi non appena si tocca il proprio particulare, o si viene scossi dal proprio stato di ottundimento, di esuberante inerzia. Per Fellini Roma “è una madre, ed è la madre ideale, perché indifferente”. Di conseguenza i romani sono eterni bambini, “svogliati, scettici e maleducati”, protetti dal “pancione placentario” di Mamma Roma. I romani di Roma sono grevi, sudati, sudici, indifferenti, rinchiusi in un cerchio “gastrosessuale”. E ancora: “l’ignoranza è intesa come un diritto” (F. Fellini, “Fare Un Film”, Einaudi). Così, più o meno, la pensa il regista sulla città dalla quale, tuttavia, non riesce a staccarsi. Un film diseguale, “l’ennesimo film su se stesso” è stato detto, ma sappiamo che Fellini ha la capacità, parlando della sua realtà, non della realtà a titolo d’inchiesta, di porci davanti ad uno specchio, che seppur deformato, ci restituisce un’immagine di un’autenticità disarmante.

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