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La devastante angoscia del non-essere

Carol White è una benestante ed annoiata casalinga della San Fernando Valley. Improvvisamente diventa allergica a profumi, spray, gas tossici e ad ogni sostanza chimica che permea ed inquina l’ambiente. Dopo analisi mediche, sedute psichiatriche, attacchi di ansia e crisi respiratorie sempre più angoscianti, sceglierà la strada dell’isolamento e della ricerca interiore in una comunità di recupero new age diretta nel deserto da un guru sieropositivo.

È uno strano animale il secondo film di Todd Haynes, un’opera alternativa ed enigmatica che sfugge ad ogni definizione di genere ed impone il talento multistratificato del regista di “Poison”. Horror ambientale, thriller psicologico, satira sull’agghiacciante normalità della vita nelle periferie delle metropoli, ma anche lucida riflessione sulle paure più profonde della società contemporanea, “[Safe]” ha mille facce, tante quanti sono i livelli di lettura ed ha raggiunto con gli anni lo status di cult movie per i ritmi ipnotici della messinscena, lo spessore metaforico dell’apologo e la devastante performance di Julianne Moore.

Con rigore kubrickiano Haynes immerge la fragile, spaurita figura della protagonista all’interno di ambienti asettici e desolati, inquadrandola in campi totali che fanno risaltare ancor di più il suo senso di estraneità al mondo circostante e al suo stesso corpo. A poco a poco Haynes suggerisce che l’indecifrabile allergia di Carol all’inquinamento ambientale è espressione di un malessere più profondo ed “invisibile”. Ed è sull’invisibilità e sulla non-percezione del male che si sviluppa uno dei livelli di lettura, quello della malattia di Carol come metafora dell’aids. Emblematico in questo senso il dialogo tutto giocato sul non-detto fra Carol e l’ amica in lutto per la morte del fratello.

«How old was he?»
«Five years older. He was the oldest of my mom’s kids.»
«It… wasn’t?»
«No… It’s what everyone keeps… Not at all! ‘Cause he was married».
«Right.»

Il fatto che si eviti qualsiasi riferimento esplicito alle ragioni del decesso rafforza ulteriormente l’efficacia della metafora. Ma la chiave di lettura principale è già inscritta nel cognome della protagonista, White. Quello che Carol sperimenta sulla propria pelle è il vuoto del non-essere. La sua sindrome è solo apparentemente causata da fattori esterni: è tutta interna, radicata nel corpo, e risiede nell’angoscia della non-identità: Carol non si conosce, non si accetta, non si ama. Questa inadeguatezza è tanto più disturbante quanto più indefinita ed irrisolta e può essere letta anche come metafora della condizione omosessuale negata in una società apparentemente perfetta e pulita, ma fredda e respingente.

La regia lavora sui toni dello spaesamento, della catatonia e del distanziamento emotivo con uno stile documentaristico in cui si fonde perfettamente l’anti-performance naturalistica di Julianne Moore. Al suo primo ruolo da protagonista, l’attrice riesce nel miracolo di rendere fisicamente presente un corpo che non è presente nemmeno a se stesso, rendendo concreto e palpabile il vuoto, il senso di negazione e di non appartenenza. Tutte non-qualità impossibili da esprimere senza essere patetici o monocordi, ma la Moore, che tornerà sui sentieri del non-essere in “The Hours” con esiti altrettanto trionfali, tratteggia un carattere “quasi sul punto di scomparire” toccando vertici metafisici.

Memorabile il close-up finale: isolatasi nell’igloo di porcellana all’interno della comunità di recupero, si guarda allo specchio e decide finalmente di«« dire a se stessa, con immensa fatica, «I love you… I really love you». Da autentico regista queer postmoderno, Haynes rivela già una mano magica nel dirigere le attrici coniugando profondità e stile senza indulgere in esibizionismi.

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