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Una buona occasione, mancata

“Tu che fai cinema dovresti saper riconoscere se uno dice la verità”. Così si rivolge l’attore al regista. Come a dire: chi fabbrica la finzione è il primo a possedere le chiavi di lettura della realtà. Questa frase, pronunciata poco dopo l’incipit di “Sanguepazzo”, sintetizza il senso di una riflessione che Marco Tullio Giordana porta avanti fin dall’esordio come regista, nel 1980. Vale a dire, fare cinema per interrogarsi sulla Storia. E in special modo sulle ragioni storiche di un conflitto ideologico che dal dopoguerra in poi ha reso l’Italia un paese spaccato a metà. Ecco perché questo film, che Giordana ha iniziato a scrivere più di venticinque anni fa, sembrava un’occasione d’oro.

La storia è quella vera, seppur romanzata, di una famosa coppia di attori del regime fascista, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, accusati di aver collaborato con la Repubblica di Salò e perciò catturati e giustiziati dai partigiani, all’indomani della Liberazione, senza aver subito un vero processo. Nelle (ottime) intenzioni, il melodramma della storia d’amore tra Valenti e Ferida, oltre a svilupparsi insieme ai fatti di una pagina cruciale della storia italiana, doveva intrecciarsi con una riflessione sul Cinema e un racconto degli albori di Cinecittà. Purtroppo l’impressione è che Giordana si sia smarrito nelle trame del tessuto narrativo, ed abbia perduto di vista il senso stesso della sua operazione.
Lascia perplessi il montaggio alternato dei due piani temporali della storia, che invece di far riflettere sulle possibili cause di un’uccisione tanto sommaria, confonde non poco le idee, e penalizza ogni tentativo di scavare in profondità, di andare alla fonte di quella ricerca storica sui conflitti ideologici che tanto ci ha appassionato in film importanti come “I Cento Passi” e “La Meglio Gioventù”, o anche minori come “Pasolini – Un Delitto Italiano”.

È un peccato che si sia scelto di non rendere sullo schermo l’ambiguità e il mistero che circondavano due personaggi controversi come Valenti e Ferida, divi maledetti la cui vita dissoluta e piena di vizi, insieme alla loro adesione al Regime, restituiva al nostro immaginario due figure inquietanti. Nessuno sa veramente fino a che punto i due abbiano collaborato con fascisti e tedeschi, eppure Giordana sposa completamente una versione innocentista, dipingendoli come vittime. Luca Zingaretti è un Osvaldo Valenti anticonformista e antifascista nell’animo, con una faccia simpatica e accattivante, schiavo di quello che alla fine sembra essere il suo unico vizio, la dipendenza dalla cocaina. Monica Bellucci – qui in taglia decisamente large, sarà forse l’effetto di essersi mangiata troppe parole? – ha un’espressione così buona e materna che cancella ogni sospetto su una Ferida femme fatale nella vita oltre che nei film che interpretava.
Neanche la storia d’amore riesce ad appassionarci fino in fondo: gli incontri e i dialoghi tra i due in più di un’occasione hanno la tensione di un episodio di soap opera.

Dispiace per la bella fotografia di Roberto Forza, e soprattutto dispiace per la regia tutto sommato anti-televisiva che ci regala eleganti movimenti di macchina e inquadrature ricercate. Queste non secondarie note di merito fanno rimpiangere una volta di più una preziosa occasione sprecata.

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