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Sbirri (dal cuore d’oro)

“Sbirri” di Roberto Burchielli è un docu-film prodotto dalla SanMarco di Raoul Bova e sua moglie Chiara Giordano. Raoul Bova, nei panni del giornalista Matteo Gatti ha un figlio che muore per una pasticca di ecstasy; decide quindi di condurre un’inchiesta sullo spaccio di droga, e per farlo partecipa per un mese alle azioni della squadra antidroga della Unità Operativa Criminalità Diffusa di Milano.
Tutte le operazioni inserite nel film sono vere. Raoul Bova interpreta la parte di questo giornalista d’assalto, si presenta come tale ai poliziotti veri, che si rivolgono a lui come se fosse il personaggio che interpreta e non semplicemente Raoul Bova che sta facendo un film-realtà con loro.

La sfida era riuscire a conciliare realtà e fiction, impostando tutto sul difficile tono dell’improvvisazione, perché è chiaro che quando un attore partecipa a delle vere azioni non ci può essere sceneggiatura. Purtroppo però, nonostante l’intento sperimentale, tutto ciò che riguarda la fiction è banale. E vediamo perché.
Il primo quarto d’ora si presenta come un filmino domestico, di quelli che si fanno ai compleanni: siamo alla festa di 16 anni di Marco, il figlio di Bova-Gatti, che riceve il nuovo cellulare che aveva chiesto. Tutti sono felici, un quadretto familiare che neanche la Mulino Bianco. Poi Marco chiede ai genitori di andare a Milano “perché c’è una serata disco fichissima”, e i genitori, ciechi di fronte alla pochezza del figlio, gli dicono pure di sì. Poi, lo strazio. Arriva la telefonata che annuncia la morte del ragazzo per droga, e di qui in poi è tutto un montaggio frenetico, con macchina da presa volutamente mossa stile documentario di guerra, anche quando non ce n’è bisogno, e un susseguirsi di scene di disperazione, una spettacolarizzazione del dolore che forse va bene in un reality ma non in un film, se è vero che al cinema quello che non si vede è più importante di quello che si vede.

La scena in cui Bova-Gatti recita il pezzo giornalistico sullo spaccio di stupefacenti non è credibile, sembra scritta da uno che sul traffico di droga ne sa quanto uno che non ne sa niente – un po’ poco per un’ inchiesta seria -, e quindi affastella una serie di luoghi comuni del tipo “perché vi drogate? Per sentirvi fighi? Per ammazzare la noia?”, fino a mettere alla berlina lo scopo emotivo di tutta la scena: “perché sono venuto a Milano? Forse per cercare l’assassino di mio figlio?”

Più interessante invece sono gli interrogatori delle persone arrestate per spaccio e consumo di droga, in particolare la scena in cui Bova camuffato (nella finzione perché il reporter Gatti è troppo conosciuto, nella realtà perché ad essere troppo famoso è lui in quanto bel ragazzo!) parla con una giovane che gli spiega perché si droga. In questi momenti il mix realtà-finzione è ben riuscito, risulta autentico.

La contestazione che, a nostro parere, si può muovere a questo film, è quella di non essere né un film, né un documentario, né un’ inchiesta giornalistica. Non si capisce bene a cosa miri, quale sia il tema: spiegare le ragioni sociali che spingono i giovani al consumo di droga, illustrare il traffico di stupefacenti dalle piantagioni alla criminalità organizzata fino allo spacciatore, il dramma privato di una famiglia che perde un figlio per una pasticca in discoteca? Troppa ambizione per una formula cinematografica apparentemente originale e innovativa, e in realtà leziosa sul piano stilistico e superficiale su quello dei contenuti. A vincere è la retorica, che passa fondamentalmente due messaggi: la droga fa male, i poliziotti sono eroi normali, persone semplici e oneste. Un film che genera inquietudine, diffidenza, più efficace delle politiche di diffusione della paura tanto corteggiate in questo momento.

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