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Passione primitiva

Ben sette premi César sono il biglietto da visita per “Séraphine” di Martin Provost, lungometraggio che mette in scena la biografia di Séraphine de Senlis, pittrice primitiva della prima metà del Novecento, qui interpretata da Yolande Moreau, volto caratteristico e indimenticabile di personaggi sempre al limite tra la ragione e la follia. A scoprire questa donna – una governante che si mantiene sommando lavoretti in tutte le famiglie facoltose del paese – è il critico d’arte e collezionista tedesco Wilhelm Uhde, già scopritore di Henri Rousseau e primo acquirente di Pablo Picasso. Tra i due si crea un legame di complicità, ammirazione e affetto che condurrà la donna – attraverso gli anni duri della Prima guerra mondiale – ad essere finalmente riconosciuta dal mondo artistico parigino.

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Sarà il volto di Yolande Moreau, tremendamente espressivo e memorabile, o la natura che si fa protagonista – nelle sue foglie mosse dal vento o nelle alghe che ondeggiano nel ruscello. Sarà l’affetto che questa donna artista così ingenua e geniale smuove in chi ascolta la sua voce cantare brani di chiesa o spargere il colore sulla tela. Sarà che drammi umani come questo scuotono le corde dell’equilibrio psichico di ogni essere umano. Sarà anche la regia sempre attenta al punto di vista dei personaggi. Sarà tutto questo, ma il fatto è che questo “Séraphine” è un film che non scorre via: da vedere con tutte le emozioni di cui si dispone. Unico rischio, quasi completamente evitato: la biografia fine a se stessa.

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