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La solitudine del cittadino

- Sai a chi hanno sparato? A Serpico.
- E chi è stato, un poliziotto?

Serpico è un poliziotto onesto. Per tale, ogni collega di New York, o quasi, è disposto a farlo fuori. Le prime battute del film ci introducono in un mondo rovesciato, eppure storicamente realistico. Siamo nel 1972, al culmine del dilagare della corruzione nella polizia della Grande Mela. Frank Serpico è l’unico che non ci sta, così ogni giorno, a lavoro, deve guardarsi dalle pallottole dei criminali, ma anche da quelle dei colleghi: la pecora bianca nel gregge corrotto è inammissibile. Non ambisce a fare l’eroe, gli basterebbe fare il suo lavoro in pace, da solo. Non è la paura della morte a frenarlo, ma la consapevolezza che anche un’indagine dall’alto punterebbe solo a una pulizia superficiale di facciata.

Il vero tema di “Serpico” è la solitudine del cittadino nella giungla metropolitana, soggetto caro al cinema americano di quegli anni. L’emarginazione, in parte auto inflitta, diventa esistenziale, difficile d’accettare persino allo spettatore che si trova di fronte un Pacino camaleontico: il suo corpo d’attore si modifica nel corso dei minuti, la fanciullesca fiducia della recluta sfuma sempre più in un viso rabbuiato, segnato visivamente da una barba sempre più folta che lo trasforma in una figura cristologica votata al martirio e alla commiserazione. Personaggio irresoluto e febbrile, incapace di accettare le vie di mezzo, di capire e comprendere chi gli sta intorno, di accettare gli aiuti se non a modo suo: Serpico non è un giustiziere senza macchia, ma un uomo dilaniato dalle sue ossessioni, divorato da un male metropolitano che lo soffoca proprio perché lui non s’arrende alla sua cancrena.

L’assolutezza diventa essa stessa un male, il principio di una solitudine senza ritorno. Mentre vive a stretto contatto con la strada, mentre si camuffa da hippie, da ebreo ortodosso, da macellaio per incastrare gli oppositori della società, Serpico sperimenta su se stesso la contraddizione del contestatore. Le sue ombre sono filtrate, specie all’inizio, da una fotografia che insieme gioca col noir e raffigura New York con ruvido realismo, pedinando il suo personaggio tra i quartieri più degradati e malfamati, secondo uno stile che aggiorna l’eredità di Kazan.

E quando anche la “crociata” sembra riscuotere i suoi frutti – non prima che ovviamente il suo stendardo sia colpito letteralmente alla testa – non c’è un vero happy end: i ponti si sono interrotti, i bocconi amari da mandar giù hanno rischiato di strozzare l’”eroe”. Serpico chiude il suo periplo sotto il segno della contraddizione: quando giunge la tanto desiderata medaglia (il distintivo da detective) sente di non far parte più di quel corpo che l’ha insignito dopo aver ignorato per anni la sua causa. Meglio allora rassegnare le dimissioni e rassegnarsi alla solitudine.

OneLouder

“Serpico” è un film di palpitante emozione. Non un semplice pamphlet politico, non solo un’indagine sulla corruzione a New York, ma un viaggio dolente nel cuore di un uomo ostinato e fallace, spuntone di una crociata seguita suo malgrado, senza alcuna voglia di protagonismo. “Serpico” dialoga con lo spettatore, lo coinvolge violentemente nel suo intreccio, chiamando in causa il male di vivere di ogni uomo nel caos della metropoli.

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