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I fantasmi di Brandon

Brandon (Michael Fassbender) è un grigio executive che vive a New York. Pornomane, riesce ad avere rapporti sessuali solo con se stesso, coi video o con professioniste, ma l’idea di una relazione lo terrorizza. All’improvviso sua sorella Sissy (Carey Mulligan) gli piomba in casa: lei, al contrario, non è in grado di rifiutarsi a nessun uomo. Marianne, una collega di Brandon, gli dà una chance che si conclude male. Il rapporto fra i due fratelli intanto si fa estremamente conflittuale e nasconde ricordi dolorosi che non vengono mai a galla, finché il dramma esplode. Il finale aperto può significare l’abbandono di ogni speranza o, al contrario, un modo nuovo di imparare a vivere.

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Michael Fassbender si denuda non solo fisicamente, ma mette in scena una mascolinità fragile, rattrappita, incapace di aprirsi all’altro o persino a se stesso. Avere scelto un attore fisicamente bellissimo come Fassbender per “Shame” (in concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia) complica il personagio di Brandon e interiorizza il suo dramma anziché imputarlo alla semplice inadeguatezza fisica.

Certo lui non è l’unica figura triste del film: il suo capo David è un Dongiovanni squallido e repellente, che non a caso riesce a portarsi a letto soltanto Sissy, creatura irresponsabile alla ricerca della salvezza nell’oblio. Le altre donne del film sono tratteggiate in modo deciso ma non estremo: sono donne mature e “normali”, ma per questo fanno risaltare l’immaturità di Brandon. I cartelli in metropolitana punteggiano sarcasticamente le ripetute sconfitte del protagonista, impotente non di fronte al sesso ma di fronte ai propri fantasmi. Appare chiaro infatti che sia Brandon sia Sissy sono persone ferite e autodistruttive, vittime di un ignoto trauma pregresso che rimane inspiegato. Steve McQueen si dimostra maestro, ancor più che nel precedente “Hunger”, nel tenere le fila di una storia molto più complessa di quanto sembri.

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