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That’s entertainment

Viaggio trans-temporale che mette a confronto due diversi modi di concepire lo spettacolo appartenenti a due epoche differenti: uno legato alla stilizzazione e alle tecniche tramandate dai padri, circonfuse di mistero e fede quasi religiosa, e un altro, tutto contemporaneo, che punta essenzialmente all’esibizione sfrontata di sé e all’energia collettiva delle performance musical. Il punto di contatto è rappresentato da un gruppo di giovani attori che vengono trasportati dagli anni ’30 a oggi e si trova a dover allestire lo spettacolo di fine anno con gli allievi di un’accademia di Shangai

OneLouder

“Fame” ipermoderno in salsa mandarina incontra il teatro formalista di Shangai. L’idea di trasferire l’eredità del teatro del passato alle generazioni di oggi digiune di Arte e affamate solo di Successo è interessante, ma la commistione di toni e tecniche visive non convince. Se i tuffi nel passato richiamano il mélo estetizzante, i numeri coreografici del presente sono una parodia dei musical danzerecci americani, con montaggio ipercinetico e musica pompata a mille. I (non pochi) momenti lirici sono involontariamente comici. Sguardo ironico sul presente e malinconia per il passato sono una chiave di interpretazione, ma il passaggio dall’uno all’altro è di gusto discutibile se non indigesto.

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