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Miss Fiat

Torino, 1980: la Fiat annuncia quindicimila licenziamenti. Ha inizio il durissimo braccio di ferro tra “padroni e proletari”, trentacinque giorni di sciopero, con il sostegno di Enrico Berlinguer, a Mirafiori. È il segno di una svolta, o il canto del cigno di quella politica che nel ’68 era stata capace di interessare un numero consistente di persone della società civile alla costruzione e alla tutela del bene collettivo, sebbene in una prospettiva ideologica e in un clima teso, con lo scontro violento tra comunisti e fascisti. La famosa “marcia dei quarantamila”, quadri e impiegati Fiat che, non essendo stati toccati dalla restaurazione aziendale, si ergono a paladini del diritto al lavoro, sigla il definitivo esaurirsi della forza sociale degli operai. Questo è il quadro sociale in cui è immerso il film. Lo schema narrativo è quello classico del melò: Emma, la protagonista, viene da una famiglia meridionale emigrata a Torino, su di lei incombe l’aspettativa di un riscatto sociale. Studia all’università e sta per laurearsi, lavora alla Fiat come impiegata nel nuovo settore informatico e sta per sposare un dirigente dell’azienda. Una vita inquadrata, di intenso studio e lavoro duro: l’unica strada concessa ai figli dei proletari per un’ascesa sociale tanto insensata quanto degna di rispetto. La sua storia d’amore con Sergio, operaio sindacalizzato, è una passione che si esaurisce nell’arco dei trentacinque giorni di sciopero, fino a quando Emma si rende conto che “hanno vinto loro”, e rientra nei ranghi del conformismo.
Il tema è importante e la storia coinvolgente, anche se prevedibile fino all’ultima inquadratura, quella del “trent’anni dopo”. Ma non è sufficiente che i personaggi pronuncino battute “impegnate” per fare un film impegnato. I film di Ken Loach hanno una sceneggiatura “invisibile” ma curatissima, capace di dare “l’illusione del vero”. In questo film, invece, le battute sono troppo esplicitate, con il loro corollario di spiegazioni, e sono, fin troppo chiaramente, il frutto delle riflessioni degli sceneggiatori che hanno vissuto quegli anni, e ora stanno discutendo su cosa è andato storto, con un pizzico di amarezza. La regia è molto curata, ma manca dell stile e soprattutto della la potenza dei film di Elio Petri. Classica produzione RaiCinema: film narrativo, senza particolari pregi di regia, forse per non spiazzare il pubblico abituato al naturale flusso di assuefazione della tv, in una imitazione della realtà che purtroppo a volte risulta troppo artificiosa.

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