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Fede e fantascienza

Dopo la storia di fantasmi di “The Sixth Sense” (“Il Sesto Senso”, 1999) e i fumetti di “Unbreakable” (2000), con “Signs” (2002) Shyamalan affronta di nuovo un immaginario già ampiamente codificato e sviluppato dal cinema precedente in (quasi) tutte le sue possibili implicazioni: la fantascienza e tutto ciò che è connesso alla figura dell’alieno. Benché inserisca Spielberg tra i suoi registi preferiti, Shyamalan non dà ai suoi extraterrestri né la forza positiva né la spinta comunicativa che era alla base di film come “E.T.” o “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”.

Un ennesimo “Independence Day”? Decisamente no, dal momento che in “Signs” gli alieni sono sì una minaccia da respingere, ma anche un pretesto che permette all’autore di riflettere sul significato della fede in Dio, sul destino, sulle coincidenze e sul valore delle debolezze umane; il protagonista è infatti Graham, un ex reverendo padre di due bambini che ha perso la fede e ha abbandonato la religione in seguito alla tragica morte della moglie Colleen.

Se la conclusione del film è fin troppo univoca e semplicistica nel dichiarare l’esistenza di una volontà divina e ordinatrice che nulla lascia al caso e predispone tutto in vista di una salvezza più grande, è bello però notare come la famiglia protagonista conquisti la propria salvezza facendo leva non sui propri punti di forza, bensì sui propri difetti, su quelle qualità negative che li identificano come strani, perdenti, malati: l’asma per Morgan, l’ossessione per l’acqua contaminata per Bo che la porta a disseminare la casa di bicchieri lasciati a metà, l’istinto di Merrill di colpire la palla da baseball con tutta la potenza possibile, senza pensare alle conseguenze.

E la chiave che consente a tutti loro di comprendere come difendersi dalla minaccia aliena risiede nel loro dolore più grande, nella loro più insopportabile debolezza rappresentata dalla morte di Colleen. Compito del protagonista Graham sarà leggere i segni che si trovano ovunque, persino in un evento apparentemente crudele e senza senso come la morte di una persona amata, quei segni di speranza che, se correttamente interpretati, assumono un valore salvifico di grande forza: leggerli, vedere per comprendere (“See“, dice Colleen a Graham prima di morire), e soprattutto lasciare che gli occhi umani possano comunicare costantemente con l’occhio misterioso di Dio (in quest’ottica va letta la massiccia presenza del cielo in molte inquadrature, e dello sguardo della macchina da presa spesso filtrato da porte e finestre). Questi gli elementi visivi e concettuali su cui Shyamalan costruisce il suo film.

È perciò evidente come, malgrado le ingenuità e le forzature della storia raccontata, “Signs” sia carico di ambiguità e conflitti irrisolti; ambiguità che forse in alcuni casi non sono nemmeno coscientemente ricercate dal regista (l’idea di esseri viventi proveniente da altri mondi non dovrebbe, almeno in parte, mettere in discussione la fede in un Dio creatore dell’universo in cui viviamo?) ma che hanno il pregio mettere in crisi lo spettatore, portandolo a compiere un percorso spirituale e mentale del tutto simile a quello di Graham e dei suoi familiari.

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