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  • Sleuth – Gli Insospettabili

    Diretto da Kenneth Branagh

    Data di uscita: 09-11-2007

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Non chiamatelo remake

Se il titolo non vi è nuovo, è probabile che abbiate visto la versione del 1972 diretta da Mankiewicz e interpretata da Laurence Olivier e Michael Caine.
Ma “Sleuth” non è un remake.
C’è ancora Michael Caine, che stavolta ha ceduto il suo ruolo precedente ad un brillante Jude Law e ha giocato la sua parte su una riedizione di Sir Olivier.
La trama è semplice, quella di un faccia a faccia teatrale: due uomini si incontrano in una villa della campagna inglese e lottano per una donna che non vedremo mai.
Se una simile sinossi vi ricorda un nome, sarà sicuramente quello di Harold Pinter, premio Nobel per la letteratura. È sua infatti la sceneggiatura di questo “Sleuth” versione 2007. Il soggetto è di Anthony Schaffer.
Questa versione in concorso alla Sessantaquattresima Mosta di Venezia è diretta da Kenneth Branagh, specializzato in adattamenti shakespeariani. Jude Law torna ancora una volta – dopo “Alfie” – nei panni di Caine: è Milo Tindle, attore di origini italiane che si reca nella villa superlussuosa dello scrittore di gialli Andrew Wyke – Michael Caine -. Milo è l’amante della moglie di Wyke. Tra i due inizierà una lotta giocata in modo sottile, introducendo nelle battute ironia e noir. Da sfondo un solo ambiente, creato da una scenografia – quella di Tim Harvey – che punta tutto sulla genialità simbolica degli spazi claustrofobici in un’abitazione antica all’esterno e hi-tech al suo interno.

Che sia il primo indizio sui due personaggi? Una chiave di lettura della storia?
I riferimenti all’opera di Mankiewicz non mancano per tutta la durata del film. Perché Milo in uno dei giochetti che avvia con Wyke diventa un parrucchiere? Magari perché tra le pagine di Schaffer e nella pellicola del 1972 Milo Tindle era proprio un parrucchiere.
Dinanzi allo schermo non si può non entrare nel gioco. Le riprese obbligano a guardare i personaggi negli occhi; lo spazio, i gesti, le parole non sono lasciate al caso. E il merito del film è quello di far sì che si abbia sempre una visione parziale, come se lo spettatore dovesse dividersi in due, pensare con due menti: quella di Wyke e quella di Tindle. E se si arriva a chiedere il motivo per cui i due lottano, bisogna ascoltare Pinter che spiega i personaggi parlando di “uomini in guerra da tanto tempo che alla fine dimenticano il motivo della lotta stessa, pensando solo a lottare per vincerla”. Questo succede davvero in “Sleuth”. Wyke che aiuta l’amante della moglie ad arrivare alla cassaforte, rubare i gioielli e permettere ai due innamorati di vivere di rendita? E perché mai? Quell’uomo va a letto con sua moglie. Andrew Wyke non è né ingenuo, né stupido. E Milo Tindle lo è? Chi è il bel ragazzotto di origini italiane? Forse un alter ego, forse una proiezione della gelosia di un uomo tradito.
Forse è l’illusione a regnare sugli ottantasei minuti di durata del film. E sarà questa illusione a lanciare “Sleuth” tra le opere da rivedere, tra i dvd da collezionare, tra i titoli da consigliare agli amici. E se l’amico sarà un ‘caro amico’ gli consiglierete di seguire l’ordine Schaffer – Mankiewicz – Branagh. E perché no, magari di aggiungere alla lista quell’ “Oplà… noi ci ammazziamo!” in cui Johnny Dorelli e Gianrico Tedeschi ne fanno una grottesca versione teatrale.

Insospettabilmente bello, non c’è dubbio!

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