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Nella brumosa Marocco…

Alla fine della visione di “Smile” – ennesimo horror low budget italiano propinato al pubblico in questa sudaticcia estate cinematografica – rimane impressa soprattutto una cosa: la nebbia. E dire che il film è interamente ambientato (e girato) in Marocco. Evidentemente i sette sfigatissimi protagonisti – un manipolo di studenti in vacanza – devono essersi rivolti al tour operator sbagliato: niente tuffi in spiagge assolate, bensì camping nel cuore di una foresta caliginosa come neanche le tenute del principe di Galles. Manco fosse il remake di “The Fog”!

Il film dell’esordiente regista e sceneggiatore Francesco Gasperoni, piuttosto, stiracchia un’idea già vista in molti altri horror asiatici, e in particolare in “Shutter”, dove una maledizione demoniaca si propagava proprio attraverso delle fotografie. In “Smile” invece siamo alle prese con uno strano caso di Polaroid assassina. Al centro del plot, infatti, c’è una macchina fotografica che provoca la morte di chiunque venga immortalato dall’obiettivo e che viene incautamente accettata in dono da una delle protagoniste del film. Ne scaturirà un prevedibile gioco al massacro – sulla falsariga di un qualunque slasher americano di serie Z – con tanto di truci effetti speciali e di immancabile “spiegone” finale a rivelare la genesi della maledizione.

OneLouder

Che nessuno ci venga a parlare di riflessione metacinematografica sulla natura necrofila dell’immagine. “Smile” è semplicemente un brutto film, e il “sorriso” del titolo finisce involontariamente per fare riferimento al senso di ridicolo che assale lo spettatore durante la visione. Alla fine c’è solo una cosa che fa davvero terrore: “Smile” ha ricevuto un finanziamento dal Ministero come opera di interesse culturale.

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