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Criminali organizzati: seconda puntata

Dopo “Lock and Stock”, con “Snatch”, secondo lungometraggio di Guy Ritchie, ci troviamo di fronte a una pellicola con molti pregi, ma anche grossi limiti.
Una cosa è certa: il film, sin dalla sua uscita nel 2000, ha suscitato pareri estremamente discordanti, sia da parte della critica sia da parte del pubblico pagante.
C’è chi ha definito “Snatch” la brutta copia di “Lock And Stock” e c’è chi invece ha considerato la pellicola la naturale prosecuzione di un genere e di uno stile congeniali all’autore.

Per meglio comprendere questo film, e delimitarne virtù e difetti, potremmo distinguere due categorie di spettatori, accomunati da una sola caratteristica: l’aver amato entrambi il primo lungometraggio del regista londinese.

Da un lato abbiamo lo spettatore “soddisfatto”: esalta il nuovo sforzo cinematografico di Ritchie e ne è completamente appagato, in quanto non ha pretese.
Questa tipologia di pubblico non si aspetta né desidera cambi di prospettiva, non vuole nuove sperimentazioni, non crede nella crescita artistica del regista (in quanto già arrivato).
L’opera del cineasta è stata testata e approvata, non sono necessarie ulteriori correzioni o modifiche, ed è pronta per la “produzione in serie”.

Dall’altro lato abbiamo lo spettatore “perplesso”: ha celebrato “Lock And Stock” come un film fresco, moderno, ritmato e divertente, capace di ispirarsi al modello tarantiniano, ma senza emularlo.
Di fronte a “Snatch”, tutte le aspettative sembrano cadere, sciogliersi come neve al sole: l’onestà di Ritchie, la sua apparente umiltà, lasciano posto alla superficialità, all’arroganza, alla sbruffoneria autocelebrativa.
Ritchie sembra volersi adagiare sugli allori, riproponendo una formula sicuramente vincente, ma sbiadita, priva della novità e della vitalità del suo primo lavoro.
E per un esordiente con in attivo solo due lungometraggi, questo atteggiamento statico è una dimostrazione di presunzione e di superbia che non può essere tollerata a lungo.

Non c’è molto altro da dire, per gli aspetti prettamente tecnici e stilistici di un film fotocopia, è sufficiente rileggere la recensione di “Lock and Stock”, con una sola precisazione: l’abile e incosciente funambulo questa volta ha voluto strafare e, dopo tante acrobazie, alla fine ha perso l’equilibrio.

OneLouder

Sono, e penso sia evidente, una spettatrice “perplessa”, e anche un po’ delusa..
Già da “Lock and Stock” si intuiva la scaltrezza di Guy Ritchie, nell’aver saputo maneggiare accuratamente e plasmare per i suoi scopi un genere sulla cresta dell’onda, ma rimaneva comunque la convinzione che il percorso del regista fosse interessante, innovativo per certi versi..
Con “Snatch” la furbizia si è trasformata in spocchia: Ritchie non ha saputo essere all’altezza delle aspettative.
Peccato direi, perché il film annovera una serie di intuizioni molto convincenti, ma poco sfruttate, gestite in modo immaturo e superficiale: dal ruolo e dall’interpretazione di grandi attori quali Brad Pitt e Benicio del Toro, a soluzioni stilistiche e metalinguistiche come l’uso degli schermi televisivi e delle proiezioni, come in un film nel film.

Pro

Contro

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