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La fantascienza politica di Bong al Roma Film Fest

Ne abbiamo abbastanza di futuri distopici postapocalittici? No, mai, specie quando l’idea di base è forte e innovativa come in questo caso. “Snowpiercer” del coreano Bong Joon-ho, prodotto dal grande autore della trilogia della vendetta Park Chan-wook e presentato fuori concorso al Festival del Film di Roma, è un esempio di fantascienza d’autore che utilizza la metafora visiva e plastica del treno come chiave per dispianare un intero mondo.

La Terra ha subito una nuova glaciazione e i pochi superstiti viaggiano ininterrottamente a bordo del treno del guru Wilford, creatore di una linea di binari che compie l’intero giro del mondo. In coda vivono i reietti, il popolo sempre sul baratro del sovraffollamento e sfamato da barrette di proteine di dubbia provenienza, mano a mano che si procede verso la locomotiva si sale anche nella scala sociale, in testa vive il padrone e deus ex machina. In questo mondo piccolo e semplificato, la rivoluzione deve forzatamente compiere un percorso orizzontale, lottando vagone dopo vagone per conquistare il comando.

Semplicemente strepitosa la chiave scelta da Bong per delineare la sua versione della classica lotta di un “eletto” figlio del popolo per la scalata al potere, già vista in mille altre forme prima e dopo “Matrix”. Ogni vagone è un mondo a sé che non comunica con quelli davanti o dietro, ogni porta che si apre spalanca la nostra visione su scenografie mirabilmente realizzate, pur nello spazio ristretto in cui il regista costringe i protagonisti. Che, tra l’altro, sono di primo livello: Chris Evans nel ruolo dell’eroe proletario e perennemente inadeguato al supremo compito di leader di un’intera comunità, Jamie Bell, John Hurt, il Daesu di “Old Boy” Song Kang-ho, una strepitosa cattivissima Tilda Swinton e una sorpresa nel ruolo del leader supremo che non vi svelo. Diciamo solo che è un attore che ha già interpretato altrove lo stesso ruolo.

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Allo stesso tempo un film d’azione, un film politico e un film di fantascienza. Cosa si può volere di più da un’opera che stimola continuamente lo spettatore, che mette in scena la lotta per lo spazio vitale trovando una chiave plastica e visuale incredibilmente adeguata. Dobbiamo trovargli un difetto? Il tutto si sgonfia un po’ negli ultimi venti minuti, quando ci troviamo di fronte a una risoluzione già vista mille volte, l’ultima delle quali recentemente in “The Zero Thorem” di Terry Gilliam a Venezia. Ma questo non può bastare a rovinare un’esperienza cinematografica che vi consiglio assolutamente.

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