Home > Recensioni > Sogni E Delitti

A bordo di un presagio

Dopo “Match Point” e “Scoop”, questo “Sogni e Delitti” – “Cassandra’s Dream” il titolo originale – chiude una riflessione sul vivere i disagi di un segreto, le paure di uno sporco segreto.
Conducono la lettura due fratelli, un meccanico col viziaccio del gioco e dell’alcool e un aspirante affarista che conquista un’ambiziosa attrice (la bella Hayley Atwell che tanto ricorda Scarlett Johansson) a bordo di auto a noleggio. Colin Farrell e Ewan McGregor vestono in maniera superlativa i panni di due vite modeste. Cassandra’s Dream è il nome di una piccola barca che sognano e riescono a comprare con una puntata su cani fortunati. Sarà lo “zio d’America”, prestato alla Cina per affari, a cambiare le carte in tavola. Uno scambio di favori. Un delitto in cambio dell’ennesimo aiuto economico.
Parte il dubbio, quello che non lascia dormire, quello che fa chiedere chi sei, se Dio esiste, se la coscienza ha un peso, se quella coscienza sei tu anche mentre premi un grilletto.
E lo sviluppo del regista ci lascia in bilico tra l’ansia e la voglia di sentire altro. Non c’è Woody Allen in quei dialoghi, non c’è Woody Allen in nessuno dei personaggi. Lo si cerca per tutta la pellicola, a volte si interrompe la ricerca per un tuffo in quelle note di Philip Glass che ben saziano la suspance creata, il tutto per arrivare alla fine del gioco. Ah, ma il gioco è serio! Questo ce lo dice.
Non c’è Allen, ma c’è un gran regista che, pur di gridare il dramma interiore, rende anonima qualunque cosa intorno. E ci riesce, perché in qualunque scena ci son solo i due fratelli presi dai rimorsi, dalla voglia di riscatto, dal tentativo di andare oltre.
Peccato che quei tentativi siano di una difficoltà disarmante, che quella coscienza sia più di un io, più di una vita. Quella coscienza vale più della tranquillità economica e della felicità della donna che ami. Quella coscienza vale molto, molto di più della paura del carcere.
Quella coscienza sarà un taccuino su cui annotare le cose importanti come la famiglia, la dignità. E non bastano migliaia di sterline per scarabocchiare a raffica su quei fogli.
I passi salienti hanno toni così reali da far paura, suoni così profondi da annegarci. È il prodotto di un lavoro che si chiama carriera, non set. Un terzo capitolo che lascia sorpresi. Una piacevole sorpresa servita su quel bel piatto di fotografie firmate Vilmos Zsigmond.
E se manca quell’ironia a cui tanto eravamo affezionati, ci penserà la sensazione di essere di fronte a un bel film, come pochi, a controbilanciare il bisogno di legarci ad un nome, uno stereotipo, un archetipo che si scrive Allen.
E si legge genio, uno degli ultimi.

Scroll To Top