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Marv e Nancy: ragazzi di strada

Opera prima di Pino Borselli, al secolo illustratore e fumettista, già autore di cortometraggi, “Solitudo” si pone come un prodotto decisamente diverso dalla linea cinematografica italiana contemporanea.
A tratti onirico e surreale, a tratti sperimentale, a tratti documentario di denuncia, “Solitudo” non ha una direzione precisa.

“Solitudo” è la storia di Grande Capo, un personaggio che è stanco di parlare e ha voglia di ascoltare, e rimarrà assorto nel suo silenzio per tutta la durata del film; ma “Solitudo” è anche la storia di Little Baby, una ragazza diversa dalle eroine contemporanee: a lei non interessa l’amore, non interessa l’ultimo paio di scarpe Prada, ma c’è qualcosa che interessa davvero a Little Baby? Una ragazza alla continua ricerca evasione.
A raccontarci la storia di questi due fumetti metropolitani sono quattro giocatori di poker, che simboleggiano i quattro elementi naturali: entità astratte dallo spazio e dal tempo che mentre raccontano questa storia si interrogano sui principali dubbi e sulle principali cause di questa epoca di decadenza contemporanea nella quale non ci si ferma più ad ascoltare né a guardare.

Girato al quartiere Pigneto di Roma in modo completamente indipendente, autoprodotto dagli stessi tecnici e artisti che vi hanno lavorato, il film è senz’altro audace; e come nella vita, l’audacia può essere spesso confusa con la presunzione.
Sembrerebbe volersi inserire nella lontana tradizione neorealista, stagione fortemente ancorata ad un preciso momento storico, che oggi sarebbe improduttivo quanto anacronistico rievocare; ma più che altro le fonti di ispirazione di questo onirico pulp metropolitano sembrerebbero il mondo milleriano di “Sin City” e la scuola tarantiniana, con una sfumatura onirica che ricorda “Natural Born Killers” e che si addice al tono della storia.

Purtroppo il grande impatto visivo di inquadrature belle a vedersi ma non sempre in linea con lo sviluppo del film, che ne fanno a tratti un videoclip a tratti uno slideshow, e i protagonisti di questa storia cozzano con lo sfondo eccessivamente riconoscibile e materico di un quartiere proletario come quello del Pigneto.
L’effetto che si produce è quello di straniamento, ma soprattutto di scollamento dallo sfondo diegetico; ad aggravare la situazione ci pensano i quattro giocatori di poker, che se nella prima parte del film sembrano entità astratte dai contorni sfumati, in grado di mediare il dipanamento della storia che vediamo sullo schermo, nella seconda parte degenerano in una conversazione triviale, e la storia sembra lasciarli intenti nei loro commenti vernacolari e nelle loro critiche salottiere alla società contemporanea, per procedere per inerzia verso la combustione dei personaggi e quindi la fine della storia.

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Contro

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