Home > Recensioni > Solo Un Padre

Everybody hurts…

…ovvero il titolo di una canzone dei R.E.M. Quella che, come racconta Carlo-Luca Argentero alla figlia Sofia, “ascoltavo un’estate, sarà stato il 1992, con la testa appoggiata alla tazza del cesso”.

…ma anche il messaggio sotteso a “Solo Un Padre”, nuovo film di quel Luca Lucini che esordì alla regia con il decisamente più leggero “Tre Metri Sopra Il Cielo”. Tutti soffrono, soprattutto il protagonista. Dermatologo di successo, circondato dall’affetto di amici e genitori, Carlo è costretto a crescere Sofia, 10 mesi all’inizio del film, senza la moglie Melissa al fianco. Soffre anche Camille, la nuova “solo un’amica” di Carlo, giovane ricercatrice francese appena trasferitasi in Italia, sfruttata dall’università e costretta a vivere in un buco di appartamento, tra prese della corrente pericolanti e bidè in giardino. Soffre Caterina, spasimante storica (e stoica) di Carlo.

Soffrono tutti, eppure “Solo Un Padre” è tutto tranne che un film pesante. Lucini è bravo ad alternare scene liriche ed emotivamente quasi travolgenti a situazioni più brillanti, che a tratti sembrano venir fuori da una commedia all’inglese o addirittura da un film comico all’americana. Anche la costruzione dell’intreccio contribuisce a non sprofondare il film nel patetico, a fronte di una fabula lineare e potenzialmente sintetizzabile in poche righe. Come in una sorta di “thriller dell’anima”, l’approfondirsi dell’amicizia tra Carlo e Camille svela – anche allo spettatore – tutti i particolari (anche i più imprevedibili) del matrimonio fallito tra Carlo e Melissa; e lo fa in ordine sparso, adeguandosi al ritmo e ai contenuti dei dialoghi tra i protagonisti, senza alcuna tentazione didascalica.

Così le scene si susseguono come “stanze di vita quotidiana”, e col procedere del film il rapporto di empatia che si instaura tra spettatore e protagonisti si fa più forte, anche grazie alla scelta di raccontare la consuetudine e la quotidianità di persone che potrebbero avere il volto di uno qualsiasi di noi: la spesa al supermercato, la corsa nel parco, una festa di compleanno. Carlo e Camille sono persone più che personaggi, credibili e profonde, e anche il cast di supporto funziona, seppur a tratti scada eccessivamente nel macchiettistico.

Non manca, nel corso dell’ora e mezza di film, una certa tendenza della regia a scadere nel sentimentaloide strappalacrime, ma fortunatamente sono momenti rari e che non minano la scorrevolezza della storia. Storia che parla di come sia difficile fare il padre, parlare con gli amici, esternare i propri sentimenti, amare qualcuno, ma allo stesso tempo di quanto tutto questo sia importante. Quello di “Solo Un Padre” è un messaggio di speranza e di profonda umanità, ed è questo il vero segreto del suo valore come film, non (solo) le interpretazioni, la regia e tutto il resto.
A volte quello che conta davvero è avere una bella storia da raccontare.

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