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Pastori nella televisione

Nella annunciata trasposizione televisiva di questo film di Salvatore Mereu, resa quasi inevitabile dalla co-produzione con Raifiction, si guadagna qualche minuto (gli episodi televisivi saranno due da 95 minuti ciascuno contro i 175 minuti della pellicola da sala), ma si perde una caratterizzazione importante: dal dialetto sardo con sottotitoli della versione cinematografica si passerà ad un normalissimo doppiaggio in italiano senza inflessioni. Una concessione inevitabile se si pensa alla collocazione della miniserie, ma sicuramente un indebolimento della forza straniante, arcaica, che emanava dai suoni seppur incomprensibili dei pastori di Mereu.
Nulla di ciò che resta è stato d’altronde mutato. Il piccolo Zuanne Malune (soprannominato Sonetàula perché da ragazzo è tanto magro che se percosso emette il sonu ‘e taula, il suono del legno) perde il padre, mandato al confino con l’accusa di aver ucciso un uomo. Cresce così con il nonno e lo zio Giobatta seguendo la ciclica periodicità della transumanza. Intorno ai diciotto anni per rispondere al furto di una pecora del suo gregge sgarretta le pecore del presunto ladro, scavalcando così il limite della legalità per entrare nelle mire dei carabinieri. Rifiutando di costituirsi inizia una lunga serie di crimini che lo vedono allontanarsi sempre di più da qualsiasi speranza di salvezza e dall’amore per Maddalena, cresciuta in casa e legata all’amico Giuseppino.
Inevitabile e diffuso l’accostamento tra quest’opera di Mereu e il celebre “Banditi A Orgosolo” (1960) di Vittorio De Seta, rafforzato dalla presenza nel ruolo di zio Giobatta del protagonista del film di De Seta Giuseppe Cuccu. La ruvidezza della pietra, la spigolosità dei personaggi, la durezza di una vita che non regala nulla e sembra invece togliere tutto al primo errore, seppur dettato dal dolore della solitudine, questi sono i tratti della Sardegna di “Sonetàula”, in un momento di passaggio, tra il 1937 e il 1950, che la consegnerà ignara ad un futuro che non le appartiene, che volente o nolente le verrà imposto dalla Storia a costo di schiacciare chi non sarà capace di adattarsi.
Salvatore Mereu (gia vincitore con “Ballo A Tre Passi” della Settimana della Critica a Venezia 2003 e del David di Donatello nel 2004 per la migliore opera prima), sceglie bene gli attori, con un ottimo Francesco Falchetto a vestire i panni del bambino-adulto, e lavora molto sulla fotografia cambiando in corso d’opera (ben 20 mesi) la bellezza di quattro direttori, con un risultato che si fa più efficace e suggestivo al calar della luce. Gli errori, dove se ne notano, sono da imputare in maggior parte ad una andamento zoppicante della storia, guidata da una sceneggiatura che si perde spesso in ellissi poco pratiche disperdendo i fatti al vento della vaghezza e della supposizione.
L’opera è tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe Fiori, pubblicato nel 1960 e ristampato recentemente da Einaudi.

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