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Una questione di coscienza

Ha il tocco del documentarista navigato, Philippe Aractingi, più di sessanta docupic girati per il piccolo schermo, e si sente. Mentre De Palma, a Venezia 2007, optava per un film di fiction (“Redacted”) basato sull’artificio del realismo, il regista franco-libanese presentava una pellicola che si muove in direzione opposta, costruendo attraverso la narrazione romanzata un quadro che penetra dentro la storia, dentro l’attualità.
Perché il canovaccio che vede il tassista Tony accompagnare la bella Zaina attraverso il dilaniato Libano alla ricerca di suo figlio è solo un archetipo storico, un emblema lancinante della dannazione che l’uomo si infligge, ciecamente caparbio, con la sua brava polvere da sparo. Con i suoi congegni assassini, le bombe intelligenti, con l’odio e il napalm, con lame e uranio. E le rovine, le lacrime di madri e vedove, uomini e giovani abbrutiti dalla disperazione, dall’assenza di una via d’uscita, dalla paralisi che li inchioda a un destino reiterato.
Siamo nel 2006, e avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro momento della storia di quel paese inginocchiato nel cordoglio – ben lo sa Aractingi, le cui radici sono là salde e il cui intento è, nelle sue stesse parole, offrirsi una catarsi, un riparo dall’odio che rischiava di crescergli dentro, oltre che un documento delicato e straordinariamente umano della realtà.
Esorcizzare, responsabilizzare, educare, toccare: operazione pienamente riuscita grazie a una sceneggiatura scritta in fieri direttamente in loco, con la troupe testimone diretta (e le immagini sono spesso vere, ecco il documentario che emerge tra le linee) del riprendere delle ostilità, e alla vibrante sincerità interpretativa dei due protagonisti, inscritti in un percorso che li porterà, attraverso perdita, dramma e riscoperta dell’umanità, ad un finale di grande emozione e fragorosa rilevanza.
E grazie, soprattutto, alla capacità di Aractingi, lontano dalla faziosità e propaganda come da ogni intento consolatorio, di spogliare lentamente le macerie fumanti della guerra fino a riconsegnarci l’uomo, indicandoci una speranza imperativa e dolente.

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