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Il cinema “fusion” di Fatih Akin

Il destino di Fatih Akin è quello di farsi cantore della multiculturalità, tratto distintivo della nostra epoca globale, che egli declina di volta in volta rivelandone le molteplici sfumature e manifestazioni. Il regista, che porta sin dalla nascita il germe della glocalizzazione, ha dedicato gran parte della propria carriera a indagare la ricca complessità del meticciato culturale. Nelle sue opere emerge spesso un ritratto amaro e grondante contraddizioni (come nel film rivelazione “La sposa turca” e nel successivo “Ai confini del paradiso”). Ma in certi casi a prevalere è il lato più gioioso e vitale della realtà multietnica, in cui a farla da padrone è soprattutto la musica come espressione di un’identità dai contorni imprecisi e sfaccettati.

Ed è a questo secondo tipo di immaginario chiassoso e spensierato che si rifà interamente “Soul Kitchen”, commedia funkeggiante e frikkettona che si potrebbe definire con unico termine: “fusion“. Aggettivo modaiolo, che può essere impiegato per designare sia la cucina anarchica del ristorante “Soul Kitchen”, gestito dal tedesco di origini greche Zinos, sia la musica che risuona nel locale, impasto di soul, funk, rock e rebetiko.

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“Soul Kitchen” è concepito quasi come un dj set alquanto cool e un tantino radical-chic. Sul piatto si susseguono come un carosello le vicissitudini tragicomiche del cuoco Zinos, alle prese con i problemi del suo locale e con la precarietà della sua relazione sentimentale. Ci si diverte, soprattutto grazie alla maschera comica del protagonista Adam Bousdoukos e ad alcuni grotteschi comprimari. Ma alla fine la leggerezza si tramuta in inconsistenza e, giunti al momento del conto, ci si sente un po’ come se il proprietario del locale ci avesse truffato.

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Contro

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