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Prigioniero della propria ragnatela

È difficile ritrovare in un film come “Spider” la mano di Cronenberg. È infatti un’opera molto lontana dagli eccessi visivi ed emotivi tipici del regista canadese, che mantiene una certa coerenza stilistica solo nella fotografia, soffocante e monocromatica, e nella scelta delle tematiche principali: la follia e il sesso.

Il film, rarefatto e intimista, è infatti un lungo flashback – a tratti onirico – che avviene quasi per intero dentro la disturbata mente di Spider, un uomo da poco uscito dal manicomio dopo anni di internamento, così soprannominato per la mania di costruire ragnatele con lo spago.
Si scopre presto che la causa del suo squilibrio mentale, tanto più spaventoso perché non spiegato, è un gigantesco complesso edipico che l’ha portato, dopo che il padre gli ha “ammazzato” la madre per sostituirla con un’altra donna, ad uccidere a sua volta la “nuova compagna di papà”.

Più che la trama, quasi inconsistente, è da ammirare il lavoro fatto sul personaggio di Spider, interpretato da un irriconoscibile Ralph Fiennes: un uomo profondamente segnato dal dolore, che trascrive i suoi confusi pensieri sul suo diario in una grafia illeggibile ed è talmente ossessionato dal ricordo della madre morta da rivederla persino nella burbera padrona dell’albergo.
Un fantasma che vive tra i fantasmi. E che si aggira senza meta, con quattro camicie addosso, in una desolata periferia inglese che è uno specchio perfetto del suo mondo interiore.

OneLouder

Tuo padre è un violento e ignorante ubriacone. O forse no. Tua madre è una angelica e casta casalinga, che lotta per non soccombere a quel buzzurro di papà. Almeno credi. È difficile da dire, ma probabilmente è così che stavano le cose, visto che alla fine tuo padre uccide tua madre e tenta di farti accettare come nuova mamma la prostituta che ha rimorchiato al pub. Può essere andata così, no? Chi può dirlo? Certo non tu, visto come ti sei ridotto dopo aver assistito alla morte di mammà. Vero, Spider?

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Contro

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