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Dolore d’amore

Un melodramma disperato e vitale, straziato e saturo di colori: Fabiomassimo Lozzi per il suo esordio nel lungometraggio di finzione sceglie un materiale narrativo difficile e vigoroso, pulsante di tensioni amorose, sessuali, familiari, affettive.

Giulio (Ivo Micioni), giovane protagonista del film, è un ragazzo inquieto e silenzioso, apparentemente perso d’amore per la misteriosa Aurora (Nausicaa Benedettini) e disposto a tutto pur di ritrovarla; trasferitosi a Roma dalla Sicilia, viene accolto da Rosalia (Guia Jelo, intensa e convincente) ed Eugenio (Federico Pacifici), una coppia di amici di famiglia: la convivenza, mascherata da una patina di serenità, mina il già fragilissimo equilibrio emotivo dei protagonisti, tutti portatori di traumi e dolorosi sensi di colpa, e conduce alla tragedia.

Lozzi ha uno sguardo sfrontato e coraggiosamente creativo, dimostra di avere a cuore tutti gli elementi della messa in scena, dalla musica alla fotografia, e la sua regia è ricca di buone intuizioni: le immagini di “Stare Fuori” hanno una qualità quasi tattile, concreta ma al tempo stesso astratta nel modo in cui viene costruita l’inquadratura, nell’uso la luce e dei contrasti di colore.
Una realtà vera e violenta, nei sentimenti quanto nei gesti, filtrata però da un occhio, identificabile con quello di Giulio, capace di reinventarla, di plasmarla secondo bizzarre ma anche appassionate costruzioni mentali. Non a caso, Lozzi nel film dà grande importanza ai sogni, all’immaginazione e ai desideri, ai ricordi.

Al regista manca però una sicurezza più forte e dà a volte l’impressione di non sapere come guardare la materia fin troppo potente che si trova davanti, come dare omogeneità alle proprie scelte di regia: e così a momenti forti e incisivi, carichi di quella brutalità cromaticamente brillante che rappresenta il pregio più grande della pellicola, se ne alternano altri più deboli, nei quali Lozzi si affida a soluzioni visive e narrative quasi semplicistiche, meno ragionate e motivate: si veda ad esempio la breve sequenza di flashback che sul finale ricostruisce la storia e il rapporto tra Giulio e Aurora.

Malgrado queste piccole sbavature stilistiche e lievi concessioni al già visto, il film riesce comunque ad avere una propria personalità e a trasmettere agli spettatori il giusto grado di angoscia e tensione, attraverso interpretazioni complessivamente buone, anche se gli attori più giovani mostrano qualche incertezza e appaiono a tratti un po’ sperduti, e dialoghi sempre all’altezza che danno credibilità ad un’opera senza dubbio notevole per ambizioni e originalità realizzativa.

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