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L’ultimo Tsai Mig-liang a Venezia 70

Le ultime dichiarazioni di Tsai Ming-liang sono illuminanti: «spero che questo sia il mio ultimo film, ma credo nel destino, sono solo una pedina. Non riesco a fare film per un sistema che vorrebbe limitare la mia creatività». Secondo il regista malesiano, in concorso a Venezia 70, e che ha già vinto un Leone d’Oro nel ’94 con “Vive l’amour”, «il pubblico è assuefatto soprattutto al cinema americano, commerciale, ma prima o poi si stancherà».

Il film che presenta qui al Lido, “Stray Dogs“, è dato per favorito assieme a “La Jalousie” di Garrel, all’interno di una selezione per il resto piuttosto deludente. Un film visivamente potente, fortemente autoriale. Una poesia per immagini per e dalla parte degli ultimi sul degrado, la solitudine e il senso di precarietà degli emarginati: un padre e due figli che si aggirano senza una meta precisa tra le plumbee strade della città come cani randagi (da cui il titolo), lavandosi nei bagni pubblici, raccogliendo gli scarti alimentari dei grandi supermercati, lavorando come “uomo-cartello pubblicitario”, sotto la pioggia per ore e ore, in mezzo alla ferraglia infernale del traffico, oppressi dal cemento dei cavalcavia.

Un film non parlato che restituisce la sensazione di scabra grettezza del vivere, la difficoltà di ogni passo in una città alienante. Uno stile di ripresa statico, camera fissa per minuti e minuti, con un finale immobile fino al disturbante, che però alla luce dell’addio di Tsai Ming-liang al cinema folgora del suo significato ogni fotogramma, traslando dalla rappresentazione sociale, dal dramma intimo di un nucleo famigliare ad una straziante lettura e autorappresentazione della propria visione del cinema: due personaggi che fissano con la disperazione negli occhi non si sa cosa, poi scopriamo che fissano un disegno su un muro ed escono di scena.

Forse Tsai Ming-liang ci vuol dire tutto il suo appassionato amore per il cinema, e con l’insistenza sul piano fisso chiama in causa direttamente lo spettatore: siamo noi che guardiamo la realtà rappresentata del cinema che a sua volta osserva la realtà rappresentata di pregnanza metacinematografica – il disegno, quasi fosse una finestra sulla facoltà visionaria del cinema, che agisce al livello dell’immaginario, ovvero il livello più alto, che dà allo spettatore la libertà, lo spazio prezioso dell’astrazione che solo l’arte cinematografica può creare.

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