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Calzamaglie, ambiguità e splatter

Uno sfigato abbandonato dalla moglie per un losco trafficante decide di indossare un costume da supereroe per riprendersela. Il plot alla base di “Super” è l’101 del comic-movie, declinato secondo una direzione comune a molto cinema americano di genere degli anni Zero: un geniale impasto di elementi contraddittori, dall’ambiguità del paladino al tono che alterna commedia a reali esplosioni di violenza, il più delle volte nella stessa inquadratura, secondo la strada di “Kick-Ass”.

James Gunn preme sulle contraddizioni, ispirandosi alle tavole dei fumetti e all’iperrealismo splatter, estendendo il processo anche alla costruzione dei protagonisti: un bigotto con un codice morale atipico, capace di rifiutare la avance della sua aiutante perché sposato e al contempo di spaccare la faccia a una coppia solo per aver saltato la fila, e una giovane aiutante schizoide che dietro l’aspetto da comic-geek rivela un’inquietante propensione alla violenza.

Sospeso tra parodia e depressione, “Super” fa cozzare i topòi del comic-movie con gli spigoli della realtà quotidiana – uno che si infila una calzamaglia per combattere il crimine è evidentemente uno squilibrato – e travolge senza freni qualsiasi visione rassicurante.

OneLouder

L’azzeramento della spettacolarità (per ordini di budget) restituisce un ritratto di una quotidiana banalità della violenza. Con un’ironia indirizzata più al cervello che alle budella e le budella e i cervelli (dei personaggi) schizzate sullo schermo, Gunn evoca un limbo che leva la maschera ai (presunti) supereroi, non per smascherarne l’identità, ma un dolore, una malinconia, una depressione che non va via facilmente e non accetta le facili risoluzioni, cui preferisce una chiusa agrodolce.

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Contro

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