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Chi sono i veri morti?

Romero sorprende. Per la sua verve, per la sua capacità di usare l’horror come mezzo, per la sua voglia di rinnovarsi pur rimanendo in un ambito ben definito. Romero convince. Perché dopo quaranta anni gli zombie hanno i denti ancora ben affilati, la satira morde ancora come in quel dimenticato centro commerciale assediato che ha rivoluzionato un genere. Romero diverte. Perché il gusto granguignolesco e ironico dei primi film assale ancora lo spettatore con un taglio comico in grado di strappare un sorriso anche per l’uccisione più efferata.

“Survival Of The Dead” riprende il discorso lasciato in sospeso nel precedente “Diary Of The Dead”, sfruttando un personaggio secondario del film del 2007 per cambiare il punto di vista narrativo. Il giovane studente bramoso di visibilità mediatica lascia il posto al soldato disilluso, il cui unico scopo è la quotidiana sopravvivenza, la ricerca di un Eden dove rifugiarsi dall’invasione dei morti viventi.

La riflessione su una società sempre più dipendente dai media si sublima in un’analisi spietata del più terribile nemico del genere umano: l’uomo stesso. Homo homini lupus, gli zombie sono nemici formidabili ma in fondo controllabili, rassicuranti nella loro apparente prevedibilità. È l’umanità, con i suoi rancori e le sue incomprensioni, a minacciare la propria esistenza. Se nemmeno un’isola mette al riparo dalle lotte di potere e dalle vendette per gli uomini non c’è salvezza; gli zombie in fondo sono una sorta di calamità naturale, uno stress che ha gettato nell’abisso una società sempre sull’orlo del baratro. Ancora una volta il signore dei morti viventi ha espresso in un suo film un concetto semplicissimo: tentare di tenere insieme i cocci in un’apparente normalità è come fermare il crollo di una diga con un dito, stupido nel migliore dei casi, letale in tutti gli altri.

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