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Cinema gay sulla strada della perdizione

“Terra Dove Andare” parte da un’idea di fondo di per sé coinvolgente: la ricerca di una patria – geografica o sentimentale che sia – in cui essere accolti e sentirsi davvero a casa. Tema molto adolescenziale e da bildungroman, insomma. Non a caso il protagonista è proprio un sedicenne, Dieter, di origini tedesche, trapiantato nel noioso e bacchettone Minnesota. Il suo migliore amico è invece Philiph, timido e riservato.

La loro vita viene sconvolta da due avvenimenti. Primo: Udo, il nipote di una vecchia signora del quartiere, arriva dalla Germania, con i suoi modi smaccatamente eversivi e il suo vizio per l’alcool. Secondo: Philip, durante uno dei soliti pomeriggi di giochi, dichiara il proprio amore a Dieter baciandolo sulle labbra, ma viene rifiutato. Tutto questo scatena la fuga di entrambi i ragazzi – Philiph da solo, Dieter in compagnia del misterioso Udo – verso altri lidi, città più aperte in cui potersi realizzare senza freni.
Peccato che la strada intrapresa si diriga rapida rapida verso la classica perdizione, fatta di tutto il peggior repertorio da stereotipo omosessuale old style: prostituzione, sesso non protetto, vita spericolata. E quel poco di sentimento rimasto viene affogato nel kitsch più estremo e in un copione ben oltre i limiti del patetico, perdendo di qualsiasi credibilità.
Nulla di buono, quindi.

Sembra di assistere alla trasposizione cinematografica di uno shonen ai e, se preso da questa prospettiva, il film potrebbe anche risultare gradevole. La sensazione è però che proprio i grandi slanci registici – l’uso di un bianco e nero in stile anni Trenta francesi o l’interessante utilizzo del doppio registro inglese/tedesco – impediscano alla pellicola di essere fruita con la leggerezza necessaria. Tutto viene innalzato a un piano esageratamente tragico, ma l’effetto finale – troppo spesso – è una risata, e neanche troppo divertita.

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