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Cyberpunk atto terzo

Lascia la parola all’uccellino che è in te, altrimenti saranno guai. Questo il monito di Shinya Tsukamoto per il terzo episodio della saga cyberpunk di Tetsuo, presentata in concorso a Venezia 66 vent’anni dopo l’uscita del primo episodio The Iron Man. Le vicende del protagonista Anthony, americano che conferma la voglia di internazionalità di Tsukamoto, non si discostano molto da quelle dei suoi predecessori: suo figlio viene ucciso, apparentemente senza motivo, dando vita ad una quest che lo porterà ad un impressionante cambiamento, una trasformazione in macchina di morte, una colata di metallo con deboli segni di umanità.

Fino all’incidente, la vita di Anthony è quella dell’alienante incubo della metropoli giapponese, una quotidianità insignificante che terrorizza sua moglie, tanto da costringerla in casa, e che si scontra con le elettrizzanti scosse che turbano la sua mente e si riversano devastanti in sala. Una filastrocca può salvarlo da questi dolori, un canzoncina in cui sua madre gli ha raccomandato di rifugiarsi nel momento in cui la rabbia dovesse farsi largo dentro di lui. Questa è in realtà una salvezza di cui tutti oggi abbiamo bisogno, perché la violenza non abbia il sopravvento. La brutalità cyberpunk, vent’anni fa soltanto un fantasia, è ora più reale che mai, perciò è indispensabile per Tsukamoto, e per tutti noi, una via di fuga dalla rabbia. Un modo per liberarci dalle vibrazioni della camera, dai boati stridenti, dal sangue nero e bruciante. Non possiamo invece liberarci della visione algida di una fotografia nitida e molto vicina al bianco e nero. Quella pulizia tagliente che ci comunica l’idea di un futuro che, guardandoci intorno, possiamo vedere sempre più vicino.

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