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Mani sulla tastiera

Progetto atipico nella filmografia di Clint Eastwood, “Piano Blues” fa parte della serie di sette documentari dedicati appunto al blues e prodotti da Martin Scorsese nel 2003; il film inizia come il più classico dei documentari, secondo le regole di un linguaggio visivo e narrativo quasi didattico che ripercorre, attraverso la voce fuori campo dello steso Clint, le origini storiche del pianoforte.

Nel mettere in scena, nel raccontare il ruolo avuto dallo strumento nel blues, Eastwood va ancora una volta dritto al cuore del problema, senza artifici e senza ricami.
Clint semplicemente mostra, e allo stesso tempo osserva, essendo spesso parte dell’inquadratura ma quasi sempre defilato; osserva le mani dei musicisti, la rapidità impressionante delle dita che ballano sui tasti, i piedi che battono il tempo e i movimenti riflessi delle parti meccaniche dello strumento, precisi e perfetti. E ovviamente ascolta, assorto, attento e amorevole.

Perché è solo questo che interessa a Eastwood, il rapporto fisico tra musicista e pianoforte, ed infatti le poche note tecnico-storiche sono legate all’invenzione dello strumento stesso e alla sua costruzione materiale: il piano, e la musica che esso produce, vengono così rappresentati come frutti dell’ingegno intellettuale e manuale dell’uomo. Significativo è pure il finale, in cui viene presentata una versione blues di un canto patriottico americano eseguita da Ray Charles: come dire che il blues è un libero linguaggio, un sistema liquido di segni emozionali che può essere applicato agli ambiti più distanti, per far nascere significati nuovi.
Il documentario risulta così molto intimo e contemplativo, scegliendo di privilegiare l’ascolto della musica, e quel dialogo pacato e sereno che Eastwood sa intrecciare con i suoi interlocutori. La particolare atmosfera che ne deriva può forse annoiare i non amanti del blues e più in generale delle lunghe esecuzioni al piano; qualche appassionato di lunga data potrà invece sentire la mancanza di un approccio maggiormente approfondito, critico e completo al genere musicale preso in esami mentre altri, meno esperti, potrebbero viceversa perdersi nei discorsi non sempre semplicissimi (almeno per un neofita) di Clint e dei bluesmen e sentirsi confusi dai numerosissimi rimandi a personaggi più o meno noti, generi e sottogeneri.

A Eastwood non interessa fare un documentario solo per iniziati, non ha scoperte sensazionali da rivelare, e né vuole vezzeggiare il pubblico cullandolo in una molle mediocrità di contenuti. No. Ciò che Clint vuole è creare un piccolo film molto personale, dedicato a chi, come lui, ama mettersi in ascolto per capire, conoscere e imparare.

OneLouder

Per chi gira film Clint Eastwwod? “Piano Blues” è un film per pochi? Hanno davvero senso queste domande?
“Piano Blues” è un film di Clint Eastwood dedicato al piano e al blues – con tutto quel che ne consegue in termini di linguaggio (classico), messa in scena (classica), eleganza (cristallina). E se questa classicità d’altri tempi non piace a tutti, pazienza. Chi ha mai detto che i film di Clint sono per tutti?

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