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Il film monstre di Wong Kar-wai

Tre anni di lavorazione e otto di preparazione, “The Grandmaster” è il titolo forse più sofferto della filmografia di Wong Kar-wai, eppure la lunga gestazione non prelude a un’opera che risponde degnamente di cotanto sforzo. La biografia di Yip Man nell’idea del regista doveva essere una più ampia rievocazione della Cina tra gli anni ’30 e ’60, sulla scia di una storia che intreccia le arti marziali a quelle sentimentali. Ma i due tronconi, pur intrecciandosi, finiscono per rubarsi a vicenda il palco, risultando alla fine entrambi monchi.
Se il melodramma amoroso è delineato secondo le ormai note coordinate del regista che prediligono lo sfioramento e l’ostacolo alla consumazione della passione, le evoluzioni coreografiche dei combattimenti, pur affidandosi al coreografo Yuen Wo Ping, sono numerose e ripetitive perché impostate su una gestione dei piani e del montaggio troppo uniforme. Il film risulta eccessivamente calligrafico, più interessato alla composizione delle parti (spesso di una cromia da togliere il fiato).
Il finale è comunque splendido, nella sua diretta citazione a “C’Era Una Volta In America“, grazie al commento morriconiano, film con cui “The Grandmaster” condivide la sorte dello sforbiciamento funesto da parte americana.

OneLouder

La sensazione complessiva è quella di un’opera monca. “The Grandmaster” è l’ennesima prova che i tentativi di domare un film monstre, sforbiciandolo per farlo entrare in una veste più tradizionale, finiscono per accorciargli il fiato. I duelli si succedono troppo frequentemente, Razor è un villain che trova appena il tempo di apparire in una manciata di scene, gli intrecci tra la Storia e storie, così come l’intrecciarsi delle vite dei protagonisti, che si sfiorano solamente. E se in alcuni casi quest contribuisce al fascino del film e alla poetica dello sfioramento di Wong, spesso però finisce per creare una nebulosa poco chiara.

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Contro

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