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Teatro d’attori tra amore ed ideologia

Gli ultimi anni di vita di Tolstoj e la sua conversione al tolstoismo attraverso lo sguardo del giovane segretario Bulgakov. Sostenuto dal discepolo Vladimir Chertkov, il grande scrittore arriva a rinunciare ai diritti d’autore sulle proprie opere per cederli al popolo russo, decisione che scatena una feroce disputa con la moglie, la contessa Sofja. Gelosa per esser stata sostituita dall’amore per un’ideologia e contraria alla cessione dei diritti per motivi testamentari, la contessa si vede d’un tratto messa da parte fino ad essere allontanata dai consiglieri del marito, ai suoi occhi avvoltoi pronti a strumentalizzare politicamente la nuova etica dello scrittore.

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Michael Hoffman orchestra il drammone storico-letterario dell’anno lasciando che gran parte del lavoro lo facciano gli attori, tutti straordinari. Se il rischio di accademismo tipico delle confezioni d’epoca è sempre dietro l’angolo, l’afflato di fondo è potente, l’ispirazione (sembra) sincera e il finale strappa (ben) più di una lacrima. Ma a convincere è soprattutto il conflitto tra amore e ideologia, perfettamente delineato in termini drammatici ed incarnato magistralmente dall’impeto regale della Mirren e dalla figura luciferina di Giamatti.

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