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Bombay Boyle

“The Millionaire”, titolo che soffre della nota sindrome da traduzionismo estremo che colpisce i distributori italiani con regolarità preoccupante e che produce spesso risultati paradossali, è innanzitutto un film di Danny Boyle. Ciò vuol dire “Trainspotting”, “28 Giorni Dopo”, “The Beach”, “Millions” o ancora, scavando fino alla base, quel “Piccoli Omicidi Fra Amici” che tanto successo riscosse in vari festival europei tra il 1994 e il 1996, lanciando tra l’altro la carriera di un giovanissimo Ewan McGregor. Qualsiasi cosa ricordiate delle opere di Danny Boyle, sappiate che è un signore di 52 anni e che si definisce, e un po’ lo sembra ancora, un punk.

Ora, questo punk di Manchester ha girato un film che poco ha a che fare con il suo passato di punk, forse, ma soprattutto di regista cinematografico. Prima di spiegare tale perentorietà di giudizio da questa parte, un’altra briciola di dati, per dire che “The Millionaire” ha incassato negli Stati Uniti 1,4 milioni di dollari nel weekend di apertura e 5,3 milioni ad oggi, ovvero dopo quattro settimane di programmazione. Una cifra considerevole se si pensa che il film è stato distribuito in 78 cinema (per esempio “Bolt” lo troviamo in 3500 cinema e “Twilight” in 3600) con una media di incasso per cinema che supera di gran lunga quella di tutti i concorrenti (18000 dollari contro i 3600 di “Twilight” e i 2800 di “Bolt”). Se aggiungiamo che la pellicola di Boyle è costata 13 milioni di dollari, abbiamo la cifra del suo successo statunitense.

Tratto dal racconto “Q&A” dello scrittore indiano Vikas Swarup, sceneggiato per lo schermo da Simon Beaufoy, gia premio Oscar per “Full Monty”, “The Millionaire” parla di un ragazzo indiano, Jamal Malik (l’attore televisivo inglese Dev Patel), cresciuto nei bassifondi di Mumbay (uno “slumdog”, come da titolo originale), che partecipa alla versione indiana di “Chi vuol essere milionario” e scala la vetta per arrivare al milione, o meglio ai 25 milioni di rupie.

Ogni domanda del presentatore dello spettacolo (il famosissimo attore indiano Anil Kapoor) richiama alla memoria del ragazzo un episodio della sua vita passata: immondizia, fame, sfruttamento minorile, violenze, un fratello diventato criminale, una ragazza conosciuta fin da bambina che gli ha rubato il cuore per poi scomparire in un giro di prostituzione, insomma un intero percorso di crescita che non solo lo ha portato sulla soglia della maggiore età consegnandogli la possibilità di dare una svolta definitiva alla sua vita di miserie, ma, non senza magia, lo aiuta nell’impresa di vincere i soldi in palio. Il tutto è gestito con un sistema di flashback attivati dalle domande, in una continua ondulazione tra presente e passato, fino alla risoluzione finale che guarda ad un futuro migliore.

La storia è in fondo abbastanza lineare e potrebbe sembrare un po’ sciocca, ma la regia di Boyle la trasforma in una pellicola rutilante che a stento riesce a contenere ambienti, colori, movimenti, persone. Ciò è in parte merito di Boyle, ma soprattutto della natura precipua della materia filmata: la città di Mumbay. Scegliendo di girare in esterni, Boyle vuole catturare e inscatolare la frenesia e i contrasti apocalittici della città indiana, riuscendo nel suo intento al primo colpo, quasi fosse stato guidato dalla materia stessa della sua opera in un impresa umana e stilistica per lui nuova.

Danny Boyle in India, ma anche l’India dentro Danny Boyle, in una compenetrazione che agisce su entrambi, ma in cui il peso e la vastità della componente umana e urbana di Mumbay sembra sempre sul punto di ribaltare in caos il regime di controllo del regista.
Frenetico, colorato, bollywoodiano intreccio di amore, morte, fortuna, disgrazia, con l’immancabile happy end che tanto piace al pubblico. Tra Dickens e Capra, e quindi lontano dal solito Boyle, ma abbastanza godibile da non fa rimpiangere il buon vecchio cinismo di un punk che si dimostra sensibilmente aperto a nuovi mondi, nuove prospettive, nuovi sentimenti. Il cambio di traiettoria funziona e la pellicola si è gia aggiudicata il premio del pubblico al Festival di Toronto 2008.

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