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Chi sono i veri mostri?

Non fatevi ingannare dalle apparenze: nonostante il richiamo del titolo e una trama che sembra l’incontro tra “The Fog” di John Carpenter e “Zombi” di George A. Romero, “The Mist” ingloba la lezione dei maestri dell’horror socio-politico, reinterpretandola e ricavandone un prodotto molto meno scontato di quanto si potrebbe credere. Frank Darabont è qui alla sua quarta regia: dopo la parentesi di “The Majestic” del 2001, il regista-sceneggiatore torna alla sua originaria fonte di ispirazione, Stephen King. E lo fa in grande stile, visto che stavolta decide per l’horror. Dopo i successi ottenuti con i pluricandidati agli oscar “Le Ali della Libertà” (1994) e “Il Miglio Verde” (1999), entrambi tratti da racconti del romanziere americano, Darabont recupera “Nebbia”, un racconto del 1976 incluso nella raccolta “Scheletri”, tornando così al film di genere, la sua prima passione di giovane sceneggiatore.

In una piccola cittadina del Maine, un gruppo di persone trova rifugio all’interno di un supermercato mentre fuori avanza una misteriosa nebbia che nasconde esseri mostruosi, pronti a spalancare le fauci ogni volta che qualche sprovveduto decide di uscire. Risulta chiaro da subito che il plot da brivido non è affatto fine a sé stesso. Quello che interessa veramente a Darabont è mostrare i comportamenti di una piccola comunità di esseri umani messi sotto pressione dalla paura. E infatti col passare dei minuti ci accorgiamo che i veri mostri non sono le enormi cavallette e i ragni che stanno là fuori in cerca di cibo ma quei vicini e conoscenti che credevamo tanto affini e rassicuranti, e che invece, una volta in preda al panico, dimostrano la loro vera natura di homo homini lupus, in una società disintegrata, tipo “Signore delle Mosche”.

Un po’ thriller psicologico, un po’ horror ecologista e antimilitarista (le colpe da scontare per la società americana sono stavolta la guerra e l’eccessiva manipolazione della Natura), “The Mist” ripropone sottoforma di incubo tutte le classiche ossessioni dell’americano medio: i luoghi del terrore sono il supermarket e la farmacia, la maestrina del villaggio tiene una pistola nella borsa, e c’è anche la predicatrice a caccia di proseliti. Ma il film offre i suoi spunti più interessanti nella modalità del racconto, che non è quella tipica del cinema del brivido, un po’ favolistica, ma piuttosto quella del documentario, quindi più realistica e in presa diretta, con una colonna sonora quasi priva di musica (eccetto nel finale, un po’ più evocativo) e scelte registiche che privilegiano la macchina da presa in spalla e zoommate improvvisate.

Sceneggiatura coi fiocchi (su questo punto lo scrittore Darabont gioca in casa) e significativo approfondimento sui personaggi, la cui delineazione rappresenta il nodo fondamentale dell’intera vicenda, regalando anche qualche momento di autentico humour. Peccato per la scelta degli attori non sempre felice (Laurie Holden, che interpreta Amanda, la giovane maestra del villaggio, tiene il sopracciglio sinistro nella stessa posizione per tutto il film). Finale crudele e alquanto inaspettato, che offre una chiave interpretativa e invita a rimanere seduti a pensare, mentre scorrono i titoli di coda, accompagnati da suoni ben più lugubri e minacciosi, poiché ahinoi molto più reali, dei versacci degli insetti giganti.

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