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Il cinema che (non) muore. Ancora. E ancora

Grazie a “Sin City” Frank Miller è riuscito a risolvere un rapporto non proprio idilliaco con il grande schermo e a mettere in chiaro chi comanda: il successo planetario gli ha dato ragione, e il suo esordio dietro alla macchina da presa era tanto atteso quanto inevitabile. Per l’occasione i materiali di partenza sono le strisce create da Will Eisner, il cui protagonista è un ex poliziotto misteriosamente scampato alla morte che protegge la sua città; egli si interroga sulla propria natura e sull’unico superpotere che possiede, la capacità di guarire da ferite gravissime.

Spirit (Gabriel Macht) ha sposato la città, ma ciò non gli impedisce di flirtare con svariate delle sue abitanti; la ricomparsa di Sand Saref (Eva Mendes), la donna che aveva amato nella sua vita precedente, riapre ferite dolorose e complica la lotta al male. Esso è incarnato da Octopus, un genetista pazzoide con il volto spiritato di un Samuel L. Jackson esilarante e sopra le righe; altrettanto divertente la prova di Scarlett Johansson nei panni di Silken Floss, l’algida assistente di Octopus. Come spesso accade in questi casi, la riuscita del film non può prescindere dalla riuscita del nemico.

Per il suo esordio Miller sceglie uno stile visivo simile a quello di “Sin City”, ma se possibile più estremizzato, a tratti ancora più vicino alla grafica pura; crea un universo barocco nel quale i generi, le citazioni e le epoche collidono dando forma a uno sfolgorante (o deprecabile, a seconda dei punti di vista) esempio di postmodernismo cinematografico, un pastiche che non può prescindere né da Tarantino né da Baz Luhrmann; espressionismo e Looney Tunes, violenza pulp e noir classico vengono estratti da materiali vecchi di sessant’anni per dare corpo a una modernissima (auto)parodia degli stili di cui Miller è campione.

Si potrebbe pensare che si tratti di una vittoria del fumetto sul cinema, oppure che “The Spirit” sia semplicemente un esordio pretenzioso, graziato da un budget e da una confezione stellari; si potrebbe anche esprimere qualche legittimo dubbio su quanto ci sia di nuovo. E in effetti non c’è niente di nuovo: c’è soltanto un cinema che sembra continuamente in punto di morte ma che non cede, che non sa uscire da un loop, che non riesce a definirsi e a risolvere le proprie crisi d’identità se non dichiarandosi successivo a ciò che fu. Un po’ come un morto che corre.

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