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Errol Morris e Donald Rumsfeld a Venezia 70

A giudicare dai commenti positivi che si sentono in giro su “The Unknown Known“, la scelta di inserire nella sezione competitiva principale di Venezia due documentari si è rivelata efficace.

Del resto il film che Errol Morris (“Standard Operating Procedure”, premio Oscar “The Fog of War”) dedica alla personalità di Donal Rumsfeld ha tutte le buone qualità di un certo tipo di cinema del reale contemporaneo, soprattutto americano: impegnativo ma accessibile, analitico, arguto, mosso da un gusto vivace per l’indagine. E a modo suo, perché no, molto divertente.

Morris utilizza Rumsfeld come fosse un attore e sceneggiatore di se stesso: lo inquadra da diverse angolazioni alternandole di continuo al montaggio, gli fornisce una traccia ma ma soprattutto si mette ad ascoltarlo e osservarlo (occhio al sorriso). Perché Rumsfeld, due volte segretario della difesa, prima per il presidente Ford e poi per Bush Jr., è un affabulatore e un calcolatore come ce ne sono pochi, uno che alle conferenze stampa risponde per aneddoti, che ha scritto una quantità incredibile di memo (gli snowflakes, materiale prezioso per il regista) e che agisce attraverso un elaboratissimo pensiero strategico, in ogni momento, non solo nella pianificazione della guerra all’Iraq ma persino quando – è lui a raccontarlo – chiese alla futura moglie di sposarlo.

Quanto c’è, se non di vero, almeno di sincero nei monologhi di Rumsfeld? La sua passione per le parole è solo astuzia politica? E l’architettura visiva e concettuale tracciata da Morris ci aiuta a comprenderlo più a fondo o finisce per fare il suo gioco? Ciò che sappiamo, lo sappiamo davvero?
Le risposte probabilmente non le avremo mai ma da un documentario come “The Unkonwn Known” si esce con la testa piena, gli occhi accesi e una gran voglia di capire e discutere.

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