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La morte dell’utopia

Film bizzarro, “The Village” (2004). Molto lodato per la sua anima politica, per il suo essere una feroce critica al concetto stesso di utopia, è stato però anche tacciato di presunta debolezza della storia, per il suo colpo di scena tutto sommato inconcludente. Non all’altezza di “The Sixth Sense” (“Il Sesto Senso”, 1999).
Nonostante siano passati diversi anni, si continua spesso a misurare il lavoro di Shyamalan sul metro del suo primo successo, senza però che si sia mai chiarito cosa sarebbe meglio, se clonarlo ogni volta oppure distaccarsene.

“The Village” non solo è diverso dalla malinconica storia di fantasmi che ha reso famoso Shyamalan, ma da tutti i suoi film precedenti e futuri. Innanzitutto è il primo (da “Wide Awake – Ad Occhi Aperti” in poi) in cui è del tutto assente la componente fantastica, e l’unico in cui la fede in qualcosa di soprannaturale non rappresenta una possibilità di salvezza, per quanto dolorosa, ma è solo un mezzo di inganno. È questa una delle caratteristiche più interessanti del cinema di Shyamalan: malgrado le sue opere ruotino sempre intorno agli stessi temi ed elementi figurativi, essi assumono significati di volta in volta diversi. Non c’è alcuna univocità, ciò che può avere una connotazione negativa in un’opera, in un’altra potrebbe invece avere un significato del tutto positivo (si pensi al valore opposto che l’acqua assume in “Unbreakable” e in “Lady in the Water”).

“The Village” è innanzitutto un film drammatico, che racconta la tragedia dei rapporti umani, del dolore, della paura, ed è anche e soprattutto una storia d’amore, la prima narrata da Shyamalan. È un film dalla struttura narrativa insolita che confonde lo spettatore e lo disorienta: una storia in cui la protagonista, Ivy, entra davvero in scena dopo più di un quarto d’ora, una storia che sembra prendere una strada, quella del fantasy horror per poi diventare un racconto romantico e svilupparsi come un vero e proprio viaggio di iniziazione per la giovane Ivy.

C’è molto in “The Village”: c’è il mito di fondazione, c’è l’utopia della città ideale, c’è il bosco spaventoso delle fiabe; e ci sono le ossessioni proprie dei film di Shyamalan, lo scontro irrisolvibile tra male e bene, il desiderio di nascondersi e isolarsi per non soffrire (portato qui alle estreme conseguenze con l’inganno ordito dai fondatori del villaggio di Covington), il pericolo che non viene da fuori e dall’ignoto ma da dentro quei recinti e quelle mura che sembravano tanto sicuri. La speranza e la salvezza questa volta però, prive di qualsiasi appiglio metafisico, risiedono solo nei singoli individui, in Ivy più che in chiunque altro; in Ivy è presente anche l’unico riferimento a qualità soprannaturali: la ragazza, non vedente, dice infatti di riconoscere le persone che più ama dall’aura colorata che emanano: “It’s the only thing I ever see in the darkness (È l’unica cosa che abbia mai visto nel buio)“. Il vedere, ribadisce Shyamalan, non è mai solo un atto fisico ma un atto interiore di comprensione più profonda: si vede per capire, per amare, e per salvarsi.

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