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Ma siamo davvero così?

Solo un ultrasessantenne cinico e irresistibilmente cool, come Mick Jagger, poteva produrre una commedia al vetriolo che è allo stesso tempo un atto d’amore nei confronti delle donne.

“The Women” di Diane English è il remake della storica commedia del 1939 diretta da George Cukor, a sua volta tratta dall’omonima commedia teatrale scritta nel 1936 da Clare Booth Luce, potente cronista mondana di “Vanity Fair”, che si divertiva a mettere alla berlina il jetset newyorchese.

Settant’anni sono passati dal film di Cukor, e almeno in Occidente l’emancipazione femminile è passata attraverso la liberazione sessuale e professionale, nel senso che le donne hanno dimostrato di essere alla pari dell’ uomo anche in campo lavorativo.

E se nel 1939 le convenzioni sociali imponevano alle donne di inseguire prima di tutto il matrimonio, oggi avanza un modello di donna vincente che non ha il tempo materiale per l’amore, e sogghigna sprezzante nei confronti del genere maschile, che si ritrae disorientato dopo aver scoperto che anche il gentil sesso può usare l’uomo come strumento del proprio piacere.

Nel remake della English, infatti, il nodo centrale non è più il tradimento dell’uomo come perdita di posizione sociale, ma il tradimento nell’amicizia tra donne. Donne che assomigliano più a Crudelia Demon che a Cenerentola.

Meg Ryan è una donna dell’alta borghesia newyorchese, con un marito che è un pezzo grosso di Wall Street; dopo il tradimento di questi, diventa combattiva e crea una collezione di abiti; le sue amiche sono direttrici di riviste femminili, scrittrici di best sellers, mamme-chioccia (che funziona sempre).

Sono i modelli femminili moderni che, gira e rigira, ruotano attorno al mondo dello spettacolo. Ma perché non fare una commedia sull’amicizia tra una reporter di guerra, un’operaia e un medico? Semplice, non avrebbero avuto lo stesso appeal.

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