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L’ultima metamorfosi di Mickey Rourke

Sudato, pesto, gonfio, non brutto, ma decisamente vissuto, è tornato sui nostri schermoni Mickey Rourke. Che lo ricordiate come quello che svuotava il frigorifero su Kim Basinger in “9 Settimane E Mezzo”, o per essere stato il fantastico Motorcycle Boy di “Rusty Il Selvaggio”, o ancora, per rimanere sulla scia del bello/dannato, il bukowskiano ubriacone in “Barfly” o l’investigatore più o meno fortunato in “L’Anno Del Dragone” e “Angel Heart”, insomma, che sappiate o no chi sia, da ora in poi Mickey Rourke sarà soprattutto il protagonista di “The Wrestler”.

A 56 anni, dopo vicissitudini che lo hanno segnato profondamente, Rourke torna a solcare il set per il regista Darren Aronofsky, visionario stilista dell’immagine in soluzione documentaristica. Camera a mano, pellicola sgranata, soggettiva, coinvolgono lo spettatore nella storia di Randy “The Ram” Robinson, ex-eroe del wrestling ormai in età da ritiro. Randy lavora come magazziniere in un supermercato e nel fine settimana partecipa ad incontri di wrestling dove interpreta il personaggio che lo ha reso famoso anni prima: The Ram.
Un incidente lo convincerà a tentare altre vie, a riallacciare il rapporto logorato con una figlia abbandonata da tempo (Evan Rachel Wood) e a tentare nuovi duraturi sbocchi sentimentali con una spogliarellista non più giovane (Marisa Tomei in gran forma). Ma fuggire da se stessi si rivelerà un’impresa molto ardua.

Aronofsky racconta una storia nel complesso banale con una cruda delicatezza che stride e riesce a commuovere.
A fare la differenza è Mickey Rourke, capace di dare vita, verità, spessore ad un personaggio che, superfluo dirlo, sembra cucito su di lui. John Anderson sul Washington Post ha affermato che pensare a “The Wrestler” senza Mickey Rourke sarebbe come pensare ad “Essere John Malkovich” senza John Malkovich. Gli elementi di contatto tra Rourke e Randy sono in effetti tali e tanti, e soprattutto così proficui, che viene da ridere a pensare che la produzione avrebbe voluto Nicolas Cage per il ruolo di Randy.
Aronofsky si è impuntato e il risultato ha gia meritato due Golden Globe e una Palma D’Oro, nonché il plauso generale a Rourke per la sua interpretazione.

Insomma, se è vero cio che dice Umberto Eco, che “il colmo della banalità lascia intravedere un sospetto di sublime”, “The Wrestler” apre spiragli di sublime.
Uno per tutti: Randy e la figlia che ballano in una enorme sala abbandonata, vuota, sui resti di un passato condiviso, di una felicità che solo lui ricorda, ma che riesce comunque a riunirli in un ultimo atto, in un altro requiem for a dream.

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