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Il superuomo di Gilliam a Venezia 70

Terry Gilliam dice di aver lavorato su “The Zero Theorem“, ennesima distopia che mostra un mondo disumanizzato e guastato dalla tecnologia, «rapidamente e d’istinto» per via del budget ridotto.

Eppure il film, scritto da Pat Rushin, è ammaliante fin dalle prime inquadrature per un’abbondanza di dettagli curatissimi. E non parliamo solo di scenografia e resa visiva, comunque davvero notevoli.

Da Christoph Waltz, protagonista nei panni del genio solitario Qohen Leth (assonanza con Qohèlet?) alla ricerca del senso della vita, si fa fatica a distogliere lo sguardo, tanto è vasta la sua abilità, assolutamente non compiaciuta, nelle sfumature mimiche e vocali. E David Thewlis, ma pure Tilda Swinton in un ruolo più piccolo, non gli sono da meno.

Pur muovendosi su un immaginario non nuovo, “The Zero Theorem” è uno spettacolo di gran classe. Gilliam procede con una sicurezza che non si allenta mai, grazie anche ad attori che indossano i propri bizzarri, iconici ma umanissimi personaggi come una seconda pelle.

Se “Brazil”, uscito nel 1984, era «l’immagine del mondo in cui pensavo stessimo vivendo allora», questo film, spiega ancora Gilliam nelle note di regia, «è uno sguardo sul mondo in cui penso di vivere ora». In quest’ottica, quello di Qohen è un viaggio di liberazione dalla dittatura della virtualità, oltre che dal bisogno, immutabile in qualunque epoca, di definire se stessi sottomettendosi a una causa esterna.

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