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This Must Be The Place

Straniero in patria

Cheyenne, ex popstar di successo, vive da trent’anni recluso in Irlanda, ormai preda della depressione del ricco. La morte del padre lo costringerà a muoversi e ad andare a New York, dove scoprirà che fino all’ultimo il vecchio aveva tentato di rintracciare il suo aguzzino nei campi di concentramento: inizia allora per il figlio un percorso che lo porti a completare l’opera paterna.

Per il suo esordio negli USA Paolo Sorrentino si inserisce in un genere tipico di quella cinematografia e come sempre fa sentire la sua presenza, nel territorio (interno) americano sbizzarrendo la sua macchina da presa e mettendo a dura prova l’abilità di Luca Bigazzi che risponde con una fotografia splendida.
Contrariamente ai film precedenti, siamo in un territorio più vicino alla commedia (agrodolce, specie nel primo tempo) e la regia compensa una sceneggiatura più classica, non circolare, più banale che tuttavia aderisce all’idea sorrentiniana di un film in cui non sia la “trama” a dominare ma il personaggio e la sua evoluzione.

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Sorrentino è di casa in America, il suo stile ha più debiti con quello statunitense che con quello italiano. La grammatica del suo cinema, i movimenti sinuosi, l’abbondare di carrelli, di piani sequenza e zoomate, in uno stile in perpetuo movimento – come il protagonista – è forse l’unico esempio in un cinema italiano (tradizionalmente, non solo oggi) molto più attento alla composizione del quadro, alla disposizione di ciò che sta dentro piuttosto che al movimento che deve portarlo da un luogo all’altro.
Antonio Varriale, 8/10

Dopo il capolavoro “Il Divo” era lecito aspettarsi dal nostro Sorrentino un altro film altrettanto notevole: al di là della sempre ottima regia, seppur fin troppo manieristica e a tratti fine a se stessa, questa volta siamo però di fronte a un film che già in fase di sceneggiatura soffre di scarsa originalità, con il ricorso fin troppo insistito, e a tratti anche ruffiano e invadente, ai cliché del road-movie.
Pure la colonna sonora, per quanto bellissima, riserva una piccola delusione essendo sfruttata in maniera fin troppo didascalica.
A bilanciare il tutto ci sono comunque un ottimo Sean Penn, capace di evitare il pericolo macchietta, nonostante il suo personaggio finisca per inglobare tutto il resto e renderlo quasi nullo, e una serie di dialoghi e personaggi di contorno che rendono la pellicola decisamente piacevole.
Alessandra Cavisi, 6/10

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