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Il vagabondo dello yakuza movie

Kurata, il “padre”, e Tetsu, “il figlio”, decidono di abbandonare per sempre la vita degli yakuza. Ma i conti in sospeso con gli altri clan e con gli affaristi della zona serpeggiano ancora nella loro vita. E così, dalla tranquilla abitazione arredata in maniera familiare, ecco il violento ritorno ai locali della Tokyo malavitosa, in cui le pareti hanno colori elettrici e la musica jazz fa da sfondo a balli e bevute alcoliche.
È da qui che parte il vagabondaggio di “Tokyo Drifter”: un continuo allontanarsi e un continuo ritornare a uno stile di vita – quello della mafia giapponese – sulla via del declino, almeno nella sua forma più pura e cavalleresca. Ed è un vagabondaggio sottolineato anche da un leit motiv musicale, una volta affidato alla voce maschile dei titoli d’apertura, un’altra alla calda voce della sensuale Chiharu e ancora al fischiettare del protagonista Tetsu, chiaro segnale del suo sopravvivere a tutti i tentativi di farlo fuori.
Così come il protagonista, anche Seijun Suzuki si dimostra un grande vagabondo del genere gangster alla giapponese, con sperimentazioni continue che trasformano la pellicola in una e propria rivisitazione post-moderna. Si comincia subito con il passaggio dal bianco e nero dell’inizio – un passato violento che Tetsu non accetta più – ai piccoli frammenti di colore rosso, simbolo del sangue che ancora dovrà sgorgare affinché un ordine si possa ristabilire. E poi c’è un montaggio ad alta valenza poetica, che collega elementi apparentemente distanti e che è in grado di suggerire in pochi secondi le fila stesse della trama, il tutto in un clima che alterna momenti di grande gravità ad altri di assoluta e completa farsa. Fantastica la sequenza della rissa al bar, in cui un gruppo di ragazze – ecco ancora le donne al centro del cinema di Suzuki – sbeffeggia gli uomini intenti a lottare per difendere il proprio onore.
Il messaggio, però, è sempre lo stesso: “Ora il mondo gira intorno ai soldi e al potere, e la morale non vale più nulla”. E anche il genere dello yakuza movie, allora, non può che perdere la sua sacralità. Siamo a solo un anno di distanza da “La Farfalla Sul Mirino” (1967) e dal licenziamento di Suzuki perché definito regista troppo sperimentale. Oggi possiamo solo dire che Suzuki osò troppo. “Tokyo Drifter” è, col senno di poi, un capolavoro fatto e finito.

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