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Un collage nipponico

Con “Paris, Texas” Wenders dichiara di aver chiuso la sua fase “americana” (vi ritornerà invece vent’anni dopo con “La Terra Dell’Abbondanza, sul post-11 settembre): il regista lascia cinematograficamente gli USA e l’Europa raggiungendo la capitale nipponica con un docu-film omaggio al regista giapponese Yasujiro Ozu, scomparso venti anni prima.

Wenders decide di documentare una Tokyo ipertecnologica, a volte paranoica, spesso incomprensibile per un europeo, attraverso il paragone con il Giappone “tradizionale” dipinto nei film di Ozu, universo ormai lontanissimo e perduto. Il film si struttura secondo piccoli episodi, in sé conclusi, scelti dal regista tedesco come paradigmatici dello sviluppo in qualche modo artificiale, larger than life, di Tokyo, paragonata alla storia delle metropoli europee da un lato, e al mondo di Ozu dall’altro. Troviamo quindi giocatori solitari a slot-machine coloratissime che distribuiscono palline all’impazzata, campi da golf sui tetti dei grattacieli, fake-food di cera esposto nelle vetrine dei ristoranti e preparato artigianalmente in bottega da professionisti, ragazzi, metà punk metà Elvis, che ballano per le strade.

Wenders durante il suo viaggio filmico incontra e raccoglie interviste: ad esempio sulla Tokyo Tower si sofferma a discutere con il collega Werner Herzog, il quale dichiara (piuttosto psicoticamente) di voler contattare la NASA per continuare la sua ricerca della “immagine pura e pulita”, oppure in un night-bar discute con il regista francese Chris Marker, profondo conoscitore del Giappone e autore dell’ottimo film “Sans Soleil” (1982); uno dei momenti più felici è l’intervista allo storico cameraman di Ozu, Yuharu Atsuta, il quale disegna un ritratto assolutamente personale e commosso dell’amico-regista scomparso.

Il punto debole del docu-film di Wenders sta però nella sua sostanziale superficialità: Tokyo è appena sfiorata da un collage di situazioni peculiari, e gli occhi del regista tedesco sono quelli del neofita, sorpreso dall’incomprensibilita di una realtà che non gli appartiene e, in conclusione, gli rimane sostanzialmente estranea, ermetica.
Non mancano però sequenze dal notevole impatto visivo.

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Guardiamo il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Vediamo: Wenders è riuscito “solo” a collezionare un mazzo di figurine del sol levante da mostrare in Europa agli amici, ad ogni modo le interviste del docu-film sono senz’altro di livello, anche se solitamente poco amalgamate con il resto del lungometraggio, che si presenta abbastanza chiaramente frutto di una breve permanenza di Wenders in Giappone. Come si dice, superficiale?

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