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La guerra, e basta.

È il 1988. Due reporter di guerra partono per il Kurdistan per seguire le vicende del conflitto contro l’Iraq. Si separano appena prima di un’offensiva. Uno (David), ormai spossato dagli orrori della guerra, abbandona il Paese prima dell’attacco, e non farà mai ritorno in patria. L’altro (Mark) si unisce ai curdi per documentarne le azioni. Tornerà a casa gravemente ferito nel corpo e nell’anima, custodendo segreti che solo l’aiuto della moglie Elena e del suocero Joaquin riporterà a galla.

Questo, in estrema sintesi, è “Triage”, piccola gemma del bosniaco Danis Tanovic. Incentrato in massima parte sulla figura di Mark, è un film cupo e crudo, che lascia poco spazio all’immaginazione o alla poesia. Le ossessioni di Mark fanno da centro di gravità di una storia sintetica ed emotivamente carica. Non ci sono fronzoli né abbellimenti: novanta minuti sono quelli che servono a Tanovic per documentare il tracollo di Mark e svelarci il suo segreto.

Visivamente strepitoso ma poco adatto a stomaci delicati, nobilitato da una colonna sonora lieve e mai invadente, “Triage” perde qualche colpo solo nei momenti (eccessivamente retorici) in cui Joaquin “spiega la vita” a Mark. Peccati veniali comunque, che non minano il valore di un film potente e coinvolgente. Sicuramente consigliato.

OneLouder

Certo, non stiamo parlando del film da vedere con gli amici la sera mangiando popcorn e patatine: “Triage” è, tecnicamente parlando, una mazzata sui denti, sia dal punto di vista emotivo sia, soprattutto, da quello visivo. Guardandolo imparerete cos’è il triage, e questo potrebbe bastare a mettere chiunque di malumore. D’altronde, non esistono solo i film comici, no?

Pro

Contro

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