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L’ultima passeggiata tra i Douglas Fir

Benvenuti a Twin Peaks

“Twin Peaks” è una scossa anomala nel panorama televisivo mondiale: un serial di qualità (è già un miracolo riuscire ad usare queste due parole insieme) che diventa icona e fenomeno di culto per una generazione, sdoganando allo stesso tempo l’idea cinematografica di David Lynch al grande pubblico. Grazie al suo stile, allo script di Mark Frost, al casting a tutto campo di Johanna Ray, alla colonna sonora dell’inseparabile Angelo Badalamenti e al contributo etereo del folletto Julee Cruise, il successo si concretizza e dagli schermi televisivi “Twin Peaks” entra direttamente nell’immaginario collettivo.
Nasce un fenomeno culturale, i segreti e proibitissimi diari di Laura Palmer si trovavano allegati alle riviste, i protagonisti diventano testimonial pubblicitari quando non ospiti del “Saturday Night Live”, la sigla iniziale è un tormentone, il serial sciocca e scuote doppiamente per la potente incursione in quel malizioso mondo adolescenziale fatto di bugie e segreti.
Sono i primi anni ’90, da un lato impazza “Beverly Hills 90210″ con le sue storie patinate, gli amori e i problemi tra infedeltà, droghe e votacci in matematica. Dall’altro “Twin Peaks”, che allo sfondo giovanile pospone una patina di mistero, di sangue, falsità e interessi, esoterismo e humour. Su tutto, un drappo rosso di inquietante spiritismo: il frusciare dei Douglas Fir, i gufi, i personaggi della loggia, le più inquietanti e realistiche sequenze oniriche dai tempi di “Rosemary’s Baby”. Non c’era mai stato niente di simile in TV prima di allora.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Non ve lo sveleremo, ma possiamo dirvi chi ha ucciso Twin Peaks.
Purtroppo la sceneggiatura una volta esaurita la vicenda Palmer non sa più che pesci pigliare e tiene in piedi sottotrame che fanno acqua da tutte le parti, finendo per affondare inevitabilmente e tristemente la serie, nonostante uno zoccolo duro di fan che ancora oggi organizza il Twin Peaks Festival nei luoghi magici delle riprese. Colpa anche di una gestione sconsiderata della ABC che ha seppellito il serial spostandone continuamente la programmazione e forzando a tutti costi Mark Frost e David Lynch a dare una risposta alla fatidica domanda, per timore che il pubblico si potesse disaffezionare.
I due riescono comunque a dare forma sensibile alle paure più fantasiose e stimolanti di quei tempi: magia nera, possessioni, alieni, tutto insieme ma senza strafare, accennandole appena, per non farle sfumare.
Il fatto che gran parte degli attori (a partire da Laura Palmer – Sheryl Lee) non siano certo scolari diciassettenni, la pochezza recitativa di alcuni interpreti, l’assurdità delle situazioni, ogni cosa contribuisce a rendere il serial credibile. Le imperfezioni conferiscono un senso di astratto realismo che immerge lo spettatore nei segreti di “Twin Peaks” e lo coinvolge estraniandolo tra il profumo del muschio e delle ciambelle, il fragore della cascata sulle rocce, il soffio del vento tra gli alberi.
In questa confezione di lusso lo consegnamo ai posteri, sicuri che accenderà ancora molti fuochi, fulgido esempio di una televisione creativa che brucia tutto il suo fuoco troppo in fretta e malamente si spegne, lasciando un marchio indelebile e, insieme all’amarezza, la sensazione di aver partecipato a qualcosa di speciale.
[PAGEBREAK] A “Twin Peaks” niente è come sembra

La (neanchetanto)piccola cittadina montana è sfondo e protagonista di un inquietante delitto: la giovane Laura Palmer viene trovata morta avvolta in un sacchetto di plastica. Scavando nel suo passato l’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) e lo sceriffo Harry Truman (Michael Ontkean) scopriranno che la città nasconde molti segreti, che i tranquilli abitanti in realtà tranquilli non lo sono affatto, tra pulsioni segrete e loschi intrighi.
La storia parte bene, poi incespica e crolla sul finale, con la soluzione dell’enigma primario e l’arrivo di Windom Earle, poco credibile e per nulla incisivo. Torna David Lynch in extremis (dirige solo sei episodi su trentuno) per tirare le somme e concludere con dignità. Anche se il finale lascerà qualcuno con l’amaro in bocca, l’ultima puntata (quasi completamente improvvisata) è una lodevole dimostrazione del suo estro creativo e delle sue capacità visionarie. Giunti alla fine i misteri in ballo sono molti e le spiegazioni fanno acqua, si cerca in tutti i modi di non darle, perché si sa, la soluzione non può essere altro che una delusione.
Restano indimenticabili i personaggi come l’agente Cooper (Kyle MacLachlan, attore feticcio di Lynch), con la sua filosofia ed i suoi metodi investigativi, il maggiore Garland Briggs (Don S. Davis, ora su Stargate) inverosimilmente posato con un figlio che è il suo opposto, il burbero Albert Rosenfeld (Miguel Ferrer, ve lo ricorderete su “Robocop”) o il magistrale Ray Wise – Leland Palmer. E poi i poco dotati Frank Silva, arredatore del set scelto da Lynch per il ruolo di Bob proprio durante le riprese, il monoespressivo Leo Johnson, la grottesca Nadine… tanto approssimativi quanto imprescindibili.
Qualche anno dopo David Lynch torna sul tema con “Fuoco Cammina Con Me”, prologo che narra gli ultimi giorni di Laura Palmer, più crudo della serie TV, due ore molto godibili con qualche risposta ben data.

Passaggio a Nordovest

Così doveva chiamarsi Twin Peaks in origine. Questa e molte altre cose più interessanti scopriamo nell’ultimo dvd della Gold Box, con una serie di contenuti ben organizzati e tutto sommato interessanti.
Badalamenti ci racconta Paul McCartney che si lamenta con lui perché la regina di Inghilterra, dopo averlo chiamato a suonare per il suo compleanno, non potè ascoltarlo dato che stava per iniziare Twin Peaks. Scopriamo che Frost e Lynch non dissero a nessuno chi era l’assassino, girarono tre scene finte con tre assassini diversi per confondere anche gli attori e solo alla fine furono forzati a svelare quel mistero che tanto tormentava pubblico e network. Sheryl Lee ci racconta come il casting di David Lynch non consista in audizioni ma in dialoghi con gli attori. Mark Frost ci parla di una terza serie, che avrebbe sviluppato i numerosi spunti del finale, assicurandoci che ne avremmo viste delle belle se mai si fosse riusciti a svilupparla. Salta fuori anche una stramba scena nella quale Bob viene ucciso con un colpo di pistola da Cooper, una sorta di finale affrettato girato sotto pressione della ABC e fortunatamente mai utilizzato. Divertente la parodia messa in piedi dal “Saturday Night Live” con Kyle MacLachlan.
L’alchimia tra musica e immagini è uno dei punti fondamentali del cinema di Lynch e lo sottolinea uno dei contenuti più emozionanti degli extra: Angelo Badalamenti, seduto alla vecchia tastiera Fender rivive la creazione delle musiche per “Twin Peaks” e descrive David Lynch al suo fianco che gli racconta la scena mentre improvvisa le familiari melodie. Questo preciso momento è la chiave del cinema di Lynch, l’autore visionario che sente la scena ed il fido, dotatissimo gregario che la rende viva con le note, è una scena da lacrime fino a quando nello zenith finale Badalamenti ci dice che Lynch sta provando quello che proviamo noi: “Angelo mi stai straziando il cuore”.
Poi c’è Julee Cruise, che mentre canta “The World Spins” si sente morire, le crediamo.
Ogni puntata ha una criptica introduzione della Signora del Ceppo, esclusivamente in lingua originale, le caratteristiche tecniche del cofanetto sono tralasciabili, l’audio è in Dolby Digital 5.1 solo in inglese, il doppiaggio italiano resta lo stesso sentito in tv: la qualità è media, ma tutto sommato non ci si lamenta.
Loop anche per i contenuti quindi, un “plus” vero e proprio, pregevoli veste grafica e fattura del box, compatto ed essenziale, il cofanetto rappresenta a tutti gli effetti l’ultimo respiro, il monumento e la pietra tombale di Twin Peaks.

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