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  • Un Bacio Romantico – My Blueberry Nights

    Diretto da Wong Kar Wai

    Data di uscita: 28-03-2008

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Specchiarsi per ritrovarsi

“My Blueberry Nights” aveva aperto la 60° edizione del festival di Cannes, facendo parlare di sé per il cast di primaria importanza. Con l’elemento sorpresa di Norah Jones nel ruolo di co-protagonista, esso rappresenta il primo cimento di Wong Kar-Wai in una pellicola interamente occidentale.

Non sorprende, quindi, che la trama tocchi il topos del viaggio di formazione come espediente per raccontare ciò che al regista hongkongese è sempre riuscito in modo delicato e mirabile: il sentimento, i suoi travagli per ritrovare la sua corretta espressione, e la comunicazione conflittuale che ritrova comprensione attraverso l’empatia. Il tutto viene filtrato dalla fotografia discreta di Darius Khondji e dalle musiche oniriche di Ry Cooder.

Tutto ha inizio nella metropoli, New York: Elizabeth (Norah Jones), è una giovane ragazza aggrappata al sogno di un amore che sta tragicamente finendo; ne rintraccia la fine in un pasto fedifrago consumato dal suo uomo ed un’altra donna in un ristorante con pasticceria, gestito da Jeremy (Jude Law), un uomo che vive per il sogno della purezza dei sentimenti, incrollabile nella sua gentilezza e capacità di introspezione. Grazie all’amicizia che nasce, Elizabeth riesce temporaneamente a placare il dolore immediato delle sue ferite, finché la necessità di cauterizzarle non le impone di andare via e ripartire da zero. Senza dire nulla, senza turbare alcun equilibrio, ma ricominciando il più lontano possibile da New York. È qui che per i due protagonisti inizia un viaggio di formazione dal contenuto sostanzialmente differente, ma perfettamente complementare.

Fuori, la metropoli è metafora del freddo, del logorio quotidiano, e del movimento. L’occhio passa invece per l’interno del locale di Jeremy, gentile osservatore del mondo chiuso all’interno del suo luogo protetto ed intatto. Dentro questo posto conserva le chiavi perdute dalle persone che hanno interrotto i loro destini per caso proprio davanti al suo sguardo; chiavi di appartamenti, di lucchetti, di sacrari di sogni importanti, insieme ad una che lo riguarda direttamente. Nell’anno che trascorre dal primo incontro con Elizabeth, Jeremy impara a liberarsi di quelle chiavi, attendendo che dietro l’unica porta che desidera trovare aperta, ci sia lei.

Lizzie, ritratta spesso di profilo, lavora duro per dimenticare i tempi, i sogni, e gli spazi crudeli della memoria, e si abbandona agli incontri delle persone che, con le loro tragedie individuali, aiutano a ricostruire in lei il senso dell’autenticità del dolore, dei sogni, della preziosità di un bene e di come sia prezioso riuscire a proteggerlo. Motivo per cui non abbandona mai il sottile filo rosso che la lega a Jeremy, attraverso cartoline che sono la piccola porta lasciata aperta per passarle attraverso i suoi stati d’animo.

A Memphis impara a conoscere Arnie, poliziotto dalla dignità spezzata per il suo matrimonio fallito ma generoso e docile nei modi; e lo vede, in seguito all’umiliazione suprema, porre fine al suo tormento nel posto dove aveva conosciuto la moglie, Sue Lynne (Rachel Weisz). Sue, la femme fatale, la accompagna nel viaggio interiore dell’amore troppo immaginato, dalle premesse sbagliate, spento dalla mancanza di desiderio da parte sua e dalle deformazioni dell’alcool come strumento per annebbiare la consapevolezza dell’errore insito in un desiderio che era solo unilaterale, e non corrisposto. Nonostante questo, la coscienza delle dimensioni dell’amore di Arnie brucia fino a schiacciare ogni egoismo, in seguito al suo ultimo gesto.

Ma è l’incontro con la giocatrice d’azzardo Leslie (Natalie Portman) a determinare l’impulso del ritorno all’origine: l’ammirazione per chi riesce a mettere in gioco la propria fortuna a piene mani si trasforma nello stupore di quanto possa essere grottesca la vita di chi crede qualsiasi parola o azione un bluff, una sciarada. Ed è per questo che alla lezione di non fidarsi mai di nessuno e di nessuna emozione, Lizzie preferisce non dare ascolto e ritornare a New York, da colui che, senza cambiare la sua vita, continuava a ricevere le sue cartoline, a riservarle un posto ogni sera e a spedire altre cartoline di risposta ad indirizzi sconosciuti.

C’è un segreto dolce nel suo ristorante, fatto di arte pasticcera: la torta di mirtilli che, senza alcuna ragione, rimane sempre intatta. Ogni ingrediente, tuttavia, va a formare quella perfezione che stabilisce un legame imprescindibile tra chi la prepara e la persona in grado di apprezzarla. E quella torta continuava ad essere preparata ogni giorno, nella speranza del suo ritorno dal viaggio. La potente immagine della crema del gelato che si infiltra nel rosso passionale della marmellata, porta al corollario il significato del viaggio: a volte le persone sono per noi come uno specchio che ci definisce e ci dice come siamo fatti. E se un anno prima Elizabeth aveva scelto la via più lunga per attraversare la strada, ciò non vuol dire che sia difficile: dipende da chi ti aspetta dall’altra parte

Per quanto disincantato, il punto di osservazione della regia ruba, come la telecamera di sorveglianza del ristorante di Jeremy, i momenti della percezione più sensibile della vita emotiva dei protagonisti. I modi squisitamente tenui di cogliere attimi di vita per introiettarli, perché diventino la lezione dell’osservazione, e permettano di nuovo a Elizabeth di esperire la vita, fanno affiorare dalla pellicola quel senso di speranza per ciò che attende dall’altra parte della strada. E la sensualità amorosa del bacio che inizia e termina la storia narrata di Jeremy ed Elizabeth ha lo slancio tenero delle notti dense del profumo e della saporosità del mirtillo e del gelato, nonostante la prova cinematografica di Norah Jones renda più apprezzabile il suo contributo di cantante rispetto a quello di attrice.

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