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Tormenti d’amore

“Un Été Brûlant”, in concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, si apre sul suicidio del protagonista, il pittore Frédéric. La voce narrante del suo miglior amico Paul ripercorre il tormentato rapporto tra Frédéric e la sua bellissima moglie Angéle; la coppia accoglie Paul e la sua ragazza Elisabeth a vivere nella loro immensa villa a Roma, ma i rapporti si complicano, Paul ed Elisabeth vedono Angéle come una potenziale minaccia alla loro unione, Frédéric si sfoga attraverso l’arte, finché è proprio Angéle, a lasciare il pittore per l’amante Roland.
Paul ed Elisabeth costruiscono una famiglia, Frédéric si autodistrugge.

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Che Monica Bellucci (Angéle) sia un’attrice scarsa non è una novità. Prendersela con la sua interpretazione non solo è troppo facile ma distoglie anche dal fatto che il resto del cast non se la cava meglio. Louis Garrel (Frédéric), figlio del regista, non è in grado nemmeno di sorridere in modo credibile e riempie lo schermo con un’insopportabile aria di maledettismo da osteria. I comprimari Jerome Robart (Paul) e Vladislav Galard (Roland) invece sfoggiano degli incomprensibili ghigni per tutta la durata del film. Il cast non è aiutato dai dialoghi imbarazzanti e dalle carriolate di luoghi comuni sulla coppia che la sceneggiatura propina. Con un valore aggiunto di misoginia e di un sottotesto politico di rara goffaggine.
È Garrel al suo peggio, pretenzioso e presuntuoso. Anche l’idea di inserire fra gli attori persino suo padre, cosicché tre generazioni di Garrel contribuiscono al film, non è delle più umili, benché, a conti fatti, il nonno sia il più simpatico. Si potrebbe salvare il film imputandone la ridicolaggine ad una scelta mirata ed ironica del regista – ma questo, per parafrasare il grande Cronenberg, è davvero “un metodo pericoloso”. Meglio lasciar perdere e volgere l’attenzione verso il buon cinema.

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