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Lacerazione

Caro lettore, non chiedermi la trama di questo film splendido, ci complicheremmo inutilmente la vita entrambi. Ti basti sapere che la separazione di cui parla il titolo racchiude in realtà molteplici separazioni: quella di una coppia, di una figlia dai propri genitori, di una donna dal proprio paese, l’Iran, persino la separazione da una parte di sé, poiché alla fine il non-scioglimento dei conflitti drammatici passa attraverso le ferite che ognuno ha provocato all’altro, e che in parte si è provocato da solo.

Asghar Farhadi, il regista, già autore di “About Elly”, ha vinto l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino mentre l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione è stato attribuito all’intero cast femminile e maschile, e ora “Una Separazione” si avvia ad essere il primo film iraniano dai tempi di “Majid Majidi” (1998) ad essere candidato all’Oscar: jackpot.
La strada però non era certo spianata: le autorità hanno bloccato le riprese per una decina di giorni, il film è considerato scomodo – prendetelo come un sinonimo di onesto.

Il film si apre con una domanda: per una ragazzina preadolescente è meglio vivere all’estero o rimanere in Iran e affrontare i dogmi di una società maschilista, teocratica, filofanatica? Sia chiaro, film iraniano non è sinonimo di film politico: lo stesso Farhadi ha dichiarato di non amare i «film-manifesto» perché «racchiudono una dittatura interna» e «un film è tanto più politico quanto più si attiene al vero», facendo così propria la concezione brechtiana di realismo. Farhadi non denuncia, espone: mette i suoi personaggi, mossi da motivazioni strettamente personali, di fronte a degli ostacoli, e questo gli consente di focalizzare i meccanismi assurdi di un regime che limita la libertà individuale, fa discriminazioni di sesso, classe sociale e incombe con la minaccia umbratile del dogma religioso: basta sbagliare una virgola ed ecco che si profilano le frustate.

OneLouder

Dramma familiare dell’incomunicabilità con una sceneggiatura di ferro, “Una Separazione” è un film molto parlato ma non c’è una reale comprensione tra i personaggi: sono tutti onesti, sono le situazioni a renderli poco onesti, nessuno ha completamente ragione e nessuno ha completamente torto, nella misura in cui il proprio codice etico si scontra con la legge dello Stato, e la Legge si dimostra inerme di fronte alle istanze personali. Un “ritratto di donna” di impianto teatrale che dipinge le donne iraniane come combattive e solidali, più pratiche rispetto agli uomini, e che sa mantenere un ritmo molto cinematografico: la tensione sale sino al climax finale, quando viene sancita la definitiva insolubilità del dramma.

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Contro

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