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Niente più che la realtà

Non c’è modo per immaginarsi un lieto fine in quella che sicuramente è l’opera più dura di Takahata. “Una Tomba Per Le Lucciole” si apre infatti con la voce narrante del protagonista, il tredicenne Seita, che dice: “La sera del 21 settembre 1945 io morii”. Siamo dunque negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale, fatidici per il Giappone come nazione, ma visti qui esclusivamente attraverso gli occhi due fratelli – Seita e Setsuki, di soli quattro anni – rimasti orfani e alle prese con la sopravvivenza. Moriranno entrambi. Ma non prima di aver ricreato, all’interno di una caverna abbandonata, un proprio microcosmo, come due piccoli Robinson Crusoe. Nel film non si fa il minimo accenno alla tragedia nucleare di Hiroshima e Nagasaki: Seita apprende, solo per puro caso, che il Giappone, il glorioso Impero di cui suo padre era rappresentante militare, si è arreso senza condizioni. Ma la verità è che, a conti fatti, dopo la catastrofe, la popolazione desidera dimenticare tutto e tornare a una vita quanto più “normale, ed è così che si finge di non accorgersi di due bambini che muoiono di inedia e che hanno vissuto fino alla fine alla debole, ma naturale, luce delle lucciole, ultimo simbolo di speranza.
Film estremamente crudo, “Una Tomba Per Le Lucciole” presenta un grado di realismo che spesso sfiora il raccapricciante, come nella rappresentazione dei cadaveri, e che è in grado di rendere perfettamente i luoghi, gli abiti e le persone del periodo storico. Un Giappone vero, dunque: lo stesso in cui i petali di ciliegio volteggiano nell’aria, ma in cui però a volteggiare è stata anche la cenere delle città rase al suolo dalla guerra.

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