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Apocalypse Crusade

Il cuore di tenebra reinterpretato in chiave epica al tempo delle crociate. Un eroe senza occhio e senza parola si affranca dalle catene che lo tengono legato ad un violentissimo clan vichingo per combattimenti all’ultimo sangue. Lo spietato sterminio dei carcerieri che gli concede la libertà, lo porta direttamente all’incontro con un nuovo gruppo di crudeli combattenti in viaggio verso la terra santa alla ricerca di terre e denaro. La traversata via mare riserva, però, una spiacevole sorpresa a questi nordici mercenari che, disorientati e sperduti da una nebbia fitta e continua, sbarcano su una terra senza nome, probabilmente un’America arcaica popolata da pericolosi indigeni pronti a tutto per difendere il proprio territorio.

Il tono dell’epica è mantenuto ad ogni istante e sotto ogni aspetto. Gli scenari desolati delle montagne scandinave sono ingoiati da una nebbia senza fine nella quale si muovono brutali personaggi sempre coperti di fango e sangue. L’eroe mitico è Oneeye, un guerriero leggendario dotato di poteri sovrannaturali, una creatura senza passato che sembra provenire dagli inferi per portare distruzione. Lo scorrere del tempo è scandito da capitoli titolati in numeri romani e annunciati da sordi colpi di tamburo. Il richiamo all’epica omerica è esplicito nelle modalità della narrazione, ma lo scorrere delle scene porta i personaggi e lo spettatore verso una collettiva perdita di coscienza e al definitivo abbandono al caos. Una discesa agli inferi, insomma, che ripercorre le tappe della spirale discendente del capitano Willard in “Apocalypse Now”.

Un ardito tentativo cinematografico che non tenta la carta della reinterpretazione dei modelli epici classici, ma ne vuole creare di nuovi e per farlo fonda le proprie basi, dice il regista Nicopas Winding Refn, sulla tradizione spaghetti-western e quella giapponese dei samurai. Il tutto condito da una profonda ossessione per l’ignoto e una concezione della violenza come impulso creativo per l’arte.

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